«Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato». Lc4,13
… Ebbi un gesto di stanchezza: è assurdo cercare un pozzo, a caso, nell’immensità del deserto. Tuttavia ci mettemmo in cammino. «Hai sete anche tu?» gli domandai. Ma non rispose alla mia domanda. Mi disse semplicemente: «Un po’ d’acqua può fare bene anche al cuore…»…«Il deserto è bello», soggiunse. Ed era vero. Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio… «Ciò che abbellisce il deserto», disse il piccolo principe, «è che nasconde un pozzo in qualche luogo…».
Fui sorpreso di capire d’un tratto quella misteriosa irradiazione della sabbia. Quando ero piccolo abitavo in una casa antica,e la leggenda raccontava che c’era un tesoro nascosto. Eppure incantava tutta la casa. La mia casa nascondeva un segreto nel fondo del suo cuore…
Così scrive Antoine de Saint-Exupery nel suo piccolo capolavoro “Il Piccolo Principe”. Tuttavia l’esperienza comune ci dice esattamente l’opposto. Brutta cosa è il deserto! Il deserto è assenza di vita. È sole cocente, è acqua desiderata che si cambia in arsura. È aridità. È solitudine. Certo, è silenzio, non è il caos delle nostre città, né il fracasso di una discoteca; ma è un silenzio che devi riempire altrimenti ti schiaccia, è una solitudine che rischia di non portarti nel profondo della tua coscienza, del tuo cuore, lì dove è nascosto il tuo pozzo, ma di lasciarti in balia di pensieri vuoti e disperati. Gesù è andato nel deserto. Egli sa di avere una grande missione. L’annuncio del Regno di Dio gli brucia dentro. Ha cominciato ad annunciare con forza: convertitevi e credete al Vangelo perché il Regno di Dio è qui. O tu lo accogli o passa oltre. Da allora non lo ha più fermato nessuno. È lo Spirito che lo spinge nel deserto. Sì, proprio quello spirito che dovrebbe protegge Gesù dal male, lo porta, invece, verso il deserto a misurarsi con il male. Il Vangelo inizia con la lotta contro il male. È il tempo della prova. Così inizia ogni storia personale, con la lotta e la tentazione nel profondo di se stessi. “Figlio, se ti presenti a servire il Signore, preparati alla prova”, dice la Scrittura. Dio vuole gente libera che lo segua, e vuole che chi lo segue non si inganni. Se voglio essere cristiano, lo devo essere fino in fondo. Se seguiamo noi stessi o le cose, siamo condannati alla infelicità e non vale la pena di buttare così la vita. O si è santi o non vale la pena di essere cristiani. Da un giardino a un deserto. Dal giardino delle origini a questo nuovo spettrale giardino di pietre e sabbia morta, che per assurdo ci fa ricordare l’Eden e che ciascuno si porta dentro, nido di vipere, specchio deforme del volto creato a immagine di Dio. Forse è proprio qui il segreto di questo tempo di Quaresima che abbiamo appena iniziato e che è racchiuso tra due parentesi: le ceneri e la risurrezione. Siamo cioè chiamati, in questi quaranta giorni, a compiere un itinerario difficile ma allo stesso tempo esaltante: risorgere dalle nostre ceneri, dalle sconfitte, dagli smarrimenti, dalla vita distratta e senza respiro, verso la vita buona. Certo, la nostra vita è spesso divisa tra l’assillo delle cose da fare, la sindrome dell’agenda, il sentirsi la vita segnata da impegni, appuntamenti, incontri, e il desiderio di fermarsi, di stare un po’ in pace, di riprendersi in mano la vita, di fare il punto, di mettere a fuoco le cose più importanti, di stare a pregare, se siamo uomini e donne di fede. Viviamo una sorta di lacerazione perché quando finalmente abbiamo trovato o ci siamo imposti questo tempo di calma, siamo assaliti dalle cose che dobbiamo fare e che in questo momento trascuriamo e quando siamo nel pieno delle attività ci assale la voglia di pace. Ma la Quaresima ci chiama a fermarci per vedere quanto valgono i nostri ideali, per cosa batte il nostro cuore, quali sono i desideri che lo muovono; di cosa è pieno il nostro pozzo profondo… Se abbiamo fatto dei soldi, del potere, del successo le colonne su cui poggia la nostra vita. Affrontare il deserto è allora affrontare questi idoli. Troppo spesso noi facciamo l’impossibile per evitare l’esperienza dello stare soli. C’è quasi panico, quando non c’è nulla o nessuno a distrarci. Viviamo in uno stato di anestesia che ci impedisce di sondare questo nostro deserto profondo, dove si sta soli con il nostro Dio e con gli idoli, con il bene e con il male, e dove ci accorgiamo di un tremendo sospetto: che nessuno offre amore senza condizioni, che a nessuno importa niente di niente, che non esiste un luogo dove ci sia permesso di essere vulnerabili senza essere usati. Ma dove ci accorgiamo anche che Dio è presente come luce sepolta nel nostro pozzo e che la solitudine non esiste più perché con le sue mani Dio intesse nel profondo il nostro nuovo volto. Iniziamo la Quaresima affrontando le nostre tentazioni, quelle vere, a viso aperto. Esse sono sempre una scelta tra due amori, che continuerà fino all’ultimo giorno nel nostro cuore profondo, il nostro cuore fatto di cenere e di luce: di cenere che risorgerà, ogni volta che la Parola di Dio si leverà a guidarci sulla strada della vita.









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