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«… sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.» (Gv 13,1). Riesce davvero difficile cercare di percepire lo stato d’animo di Gesù nella sua ultima cena con gli apostoli. Una cena attesa e desiderata per celebrare tra amici l’annuale ricorrenza della Pasqua di liberazione. In quella cena, Gesù mostra il profondo significato del sacrificarsi per amore. Al centro della rivelazione, osserviamo un corpo “dato” e un sangue “versato”.
In questo dinamismo del “dare e del ricevere” nella carne, si manifesta l’identità più profonda di Dio. Può sembrare davvero assurdo il modo di fare di Gesù, ma qui c’è tutto ciò che fa la differenza: l’Amore passa attraverso la morte di un corpo. Dio manifesta tutta la follia del suo Amore attraverso un corpo donato esclusivamente nell’amore. L’Amore di Gesù non si ferma, a differenza del nostro modo di amare, sui limiti dell’umano, ma va ben oltre: «avendo amato i suoi…, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Ha amato e continua ad amare sino alla fine delle sue possibilità umane e divine, fino allo stremo delle sue forze. Non è davvero facile, sapendo del tradimento dell’Iscariota e del rinnegamento del pescatore di Galilea, anticipare tutta la finitudine dell’uomo, con un gesto che sorpassa alla grande ogni storia di male e di egoismo dell’amore. Non si può restare inermi di fronte a questo grandioso ed esemplare gesto di amore! Gesù vuole ardentemente introdurre gli apostoli a quella vita di eternità, che è del Padre e dove egli faceva ritorno. Per questo afferra la sua vicenda nel pane e nel vino e in questi due umilissimi segni del creato nasconde il suo sublime “testamento d’Amore”, consegna ai suoi apostoli e ai posteri il suo corpo, la sua vita. Non possiamo di fronte a questo delicato e squisito gesto chiederci: ma perché tanta follia? Perché vuole far vivere ad ogni uomo qualcosa dell’eternità, del permanere sempre con lui e, lui e il Padre, sempre con l’uomo. Ecco perché lo troviamo a ringraziare il Padre per quello che stava per compiere, per la possibilità che gli era stata data di potersi donare interamente e far penetrare profondamente gli uomini nell’intimità che egli stesso vive con il Padre. Risulta facile ora comprendere la dinamica del corpo donato come la massima espressione, pur segreta e nascosta, della vita: nel donarsi la vita si esalta. L’esperienza quotidiana delle nostre relazioni ci dovrebbe rendere consapevoli che, in ogni gesto “feriale”, come è tragicamente possibile un logoramento deludente nei sacrifici richiesti, così è indispensabile, se si vuol bene all’altro, “anticipare” il sacrificio, trasformando l’inevitabile fatica del vivere quotidiano in un volontario “spezzarsi per darsi”. Si può, dunque, mettere amore nel sacrificio che si compie, come è possibile sacrificarsi per amore per far crescere ogni relazione nei rapporti interpersonali. Infatti, nell’amore si cresce sempre e si procede sempre verso l’altro, così come l’unità nell’amore pur essendo progressiva, ha di fronte un’intesa sempre più profonda e sempre più intima. Non possiamo dimenticare, alla luce dell’esempio di Gesù, che è proprio donando la fatica di un gesto ripetitivo e ordinario che si cresce nell’amore e si è spinti a desiderare sempre il massimo di felicità per l’altro. E ciò che si desidera per l’altro, anche se non siamo coscienti, è sempre Dio. Per questo, donarsi nella vita, vuol dire anche introdursi reciprocamente nella conoscenza intima di Dio, come ha fatto Gesù, nella sua ultima cena, verso tutti e ciascuno. E, l’intimità di Dio, non va dimenticata, altro non è che la “vita eterna”.«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Questa è la vera Pasqua del cristiano: “conoscere” Dio sempre più intimamente e comunicarsi attraverso il dono del corpo del Verbo, perché si possa nella reciprocità donare solo amore. Risorgere è voce del verbo amare.
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