In questo tempo pasquale ci sarà forse capitato di ascoltare molti brani in cui Gesù Risorto appare ai suoi discepoli, agli apostoli e a quanti lo seguivano, tutti accomunati da un unico atteggiamento di fondo: confusione, smarrimento, dolore, timore, incertezza.
Potremmo definirlo il versante ripido della vita, quello senza appigli, quello che spalanca dinanzi agli occhi la voragine del vuoto, quel terrazzino di un grattacielo senza protezione che ti affaccia su un infinito che spaventa, che va guardato a distanza. Questo versante senza certezze appartiene a tutti, credenti e non credenti. Con questo versante ci si misura continuamente, si impara a crescere, lo si accetta o ci si difende costruendo le proprie barriere, le proprie protezioni, i propri appigli, i punti di riferimento ritenuti stabili e intoccabili. Forse questo nostro tempo ci sta proiettando sempre di più dinanzi ad orizzonti economici, politici, sociali, morali e culturali senza offrirci chiavi di lettura sicure, capaci di affrontare le sfide a cui siamo continuamente sottoposti, non con la certezza della vittoria, ma con quella luce capace di orientarle, di darle un senso.
A Emmaus i discepoli sulla via sono oggettivamente impediti nel trovare il senso degli eventi accaduti, i loro occhi non riconoscono che il loro compagno di viaggio è Gesù. Eppure sanno tutto di Lui. Questo indica che forse il sapere non basta all’uomo, che la cultura scientifica non lo rende migliore, essa gli dà il controllo sul mondo….ma quanto su se stesso? La pluralità di informazioni, la molteplicità delle versioni di uno stesso evento, come lo è il racconto delle donne seguito da quello dei discepoli, è davvero il bene per l’uomo? La libertà d’espressione è ancora oggi un servizio alla verità, alla ricerca di essa, o abitudine malata di qualunquismo? La speranza che abita in questi discepoli è di essere liberati. La libertà oggi va molto di moda, è una tendenza legittima dell’uomo, ma si pone il problema di come esercitarla. Se libertà è fare ciò che si vuole, essa è allora legata alla volontà. Ma quanto la volontà è libera? Una volontà ragionevole è ugualmente libera quanto una irragionevole? Volontà e razionalità dunque non possono pensarsi distinte. Ne consegue che è necessario anche per la libertà porsi alla ricerca della verità. Oggi la grande questione è la verità e la metodologia di ricerca, ovvero il modo di incontrarla. È essa al centro perché da essa ne consegue la libertà, l’agire, la scelta delle informazioni, dunque il criterio che dà senso e ordine al mondo. È essa l’appiglio sicuro con cui affrontare il versante ripido della vita. Essa non toglie nulla alla ripidità del terreno, alla sua impraticabilità, ma dà la certezza di poterlo percorrere. Averla incontrata, permette di avere uno sguardo diverso sul mondo, una mentalità capace di non fuggirlo, ma di viverlo appieno, attraversarlo, perché sa andare oltre lo stesso, non coincide né con il suo inizio, né con la sua fine. È una mentalità che nasce dalla fede, alimenta la speranza, vive di carità. È proprio qui che la si incontra.
“I loro occhi si aprirono e lo riconobbero nel prendere il pane, benedirlo, spezzarlo, distribuirlo”. Il pane è alimento primario, presente ad ogni pasto, su ogni tavola, anche su quella dei meno abbienti. Inoltre il pane è segno del lavoro, delle fatiche e del proprio onesto guadagno. Potremmo dire che rappresenta la nostra stessa umanità, il nostro essere e farsi uomini, il condividere la stessa natura, ma il realizzarla secondo le proprie specificità. Ad Emmaus i discepoli incontrarono la verità che cambia la vita, non attraverso la forza di una saggia e dotta predicazione o dottrina, ma attraverso l’umanità che Gesù presentò loro, un’umanità presa-assunta, benedetta-vissuta come lode a Dio, spezzata-vissuta a servizio dei fratelli, distribuita a loro come dono. Un’umanità piena, matura e libera offre la definizione più corretta di Verità,











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