Da sempre il tema del tempo mi ha affascinato, dalle teorie più articolate, ai film della saga “Ritorno al futuro”. Ho ascoltato spesso considerazioni su questo tempo. Sarà capitato anche a voi di sentirvi dire: “vivi il presente”, “il passato serve per non commettere di nuovo gli stessi errori”, “preferisco vivere alla giornata” ecc. Per il titolo a queste mie righe ho preso spunto da un film di Almodovar solo per conferire alle stesse un'aria un po' assolata, esotica. La sostanza sta nel “tornare”, un movimento interiore, costante, emozionante.
Mi capita tutti i giorni di tornare sul e nel mio passato: ritornare nei luoghi, nelle situazioni, con le persone, nei miei occhi e in quelli di chi mi stava di fronte. Non è solo un'operazione di memoria, è proprio un ri-vivere, ri-sentire, ri-emozionarsi. In un momento sono tra i miei amici in campo di calcio, in un altro tra i banchi di scuola, nell'imbarazzo di un mio compagno interrogato. Può capitare che un profumo, un suono, una situazione mi riportino in un tempo, nella più classica delle transizioni alla Proust. Sono nelle mie paure, nei miei viaggi, nei miei sogni da bambino, nei miei silenzi, sorrisi, errori, sguardi, sensazioni, intuizioni. Il tutto concentrato nell'ebbrezza del raccontarsi, del descriversi, del sezionare un attimo infinitesimo nel cosmo del mio scorrere temporale. Quello che spesso ho cercato di spiegare, ai miei interlocutori più o meno attenti, è che si tratta di un vero vivere, nel presente, del passato. Significa sentirsi, o meglio risentirsi, se stessi, ripercorrere le dinamiche interiori, i flussi del mio io, per avere più padronanza, più consapevolezza del mio essere. E' come se ricommettendo certi errori, fissando nuovamente certi occhi, io possa rendere infinita quell'emozione, bella o brutta che sia. Capite bene che il tempo assume spazi infiniti, in una sovrapposizione di piani. A volte, in quello che qualcuno non stenterebbe a chiamare delirio, il mio delirio, sento che il mio tempo perde la sua linea retta per chiudersi in circonferenza, o meglio, per ripiegarsi in una spirale mai ferma il cui punto finale profuma di me. La sensazione è di assoluta libertà. Nelle giornate degli impegni, degli appuntamenti, dei rendez-vous come direbbero i francesi, un'espressione che mi fa pensare a quello che si deve agli altri, trovare o ritrovare un tempo per incontrare se stessi, è qualcosa che mi fa sentire uomo, semplicemente uomo. Perché abbia scelto di condividere con voi, lettori silenti, questi miei moti forse non lo so nemmeno io. Credo però che anche nelle mie parole, nella scelta di quelle righe scritte in questi anni, una scelta puntuale e precisa nella giungla delle parole, ci sia tutto il mio crescere, il mio pensare, il mio vivere. Nei miei “volver” torno anche su quei temi, su quelle frasi, sull'emozione che ho provato nello scrivere, e che spero di essere riuscito a comunicare, ed è come se riscegliessi, se ripensassi. Tornare non è un moto semplicemente personale o egoistico. Nonostante sia vissuto per la maggior parte dei casi nella mia mente, spesso è un andare verso gli altri, che tende al legame, all'incorporare nella propria vita gli sguardi, le emozioni e i pensieri di coloro che, si spera, hanno avuto la fortuna di stare sui tuoi passi. Non mi risulta esagerato il dirvi che anche i vostri occhi, posati sui miei titoli, sulle mie conclusioni, sui miei pensieri, fanno parte del mio tornare, della spirale di cui vi parlavo. E' come se nella vostra attenzione siate entrati nella mia vita per non uscirne più. Non mi resta che dirvi.. Grazie.












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