Qualche domenica fa, mi è capitato un episodio semplice: ho incontrato un vecchio amico di infanzia. Giuseppe. Siamo cresciuti insieme. Lui prima abitava dall’altra parte della strada. Alcuni pomeriggi parlavamo dai rispettivi balconi. Avevamo le stesse passioni, gli stessi sogni di bambini. Eravamo tifosissimi dell’Inter e adoravamo giocare a pallone. Lui sapeva giocare in porta, ma con il passare del tempo divenne un ottimo attaccante. Eravamo una bella coppia. Io un po’ più estroso in campo, lui cinico finalizzatore.
Se dovessi raccontare le marachelle che abbiamo combinato insieme, non basterebbe un giornale intero. Ma non sono qui per parlare di ciò che è stato, ma di ciò che c’è. Qualcuno lo chiama legame. Già! Quel sottilissimo filo di seta che lega un elefante ad un palo. Non si sa perché, ma scegli di restare legato e di aggrapparti a quel filo sottile, sapendo che è debole, che non si nutre di un’ assidua frequentazione, ma che c’è e puntualmente rivela la sua presenza. Dicevo della domenica. Sono andato in chiesa con largo anticipo come è mia abitudine. Mentre aspettavo l’arrivo dei bimbi del mio gruppo di catechismo, ho scorto Giuseppe dall’altra parte della chiesa. Mi sono alzato e sono andato a salutarlo. Abbiamo parlato delle nostre vite. Lui lavora ed io studio. Come stai, ho avuto qualche problema, una professoressa fastidiosa, non ti vedo da tanto tempo, fammi andare che stanno arrivando i bambini… si vai, tranquillo. “Ti voglio bene, Fedè!”. L’ha detto nel nostro dialetto, quasi per dare alle sue parole semplici quell’aria di familiarità, quel sapore di pura verità. Mi ha spiazzato sapete. Io così costruito, lui così libero. Giuseppe conserva ancora la capacità di sorridere quando ti saluta. Io non ci riesco molto. Mi ha dato una bella lezione. Mi sono fermato a pensare al coraggio di esprimere quello che si prova, con tanta naturalezza. Siamo così costruiti, così calati in uno schema poco elastico, come quelli di alcuni allenatori che non apprezzano la giocata vincente del numero 10. Quante volte in treno noti gli occhi stupendi di una ragazza e vorresti dirle che è bella, che i suoi occhi ti hanno emozionato. Ma poi pensi che forse fai la figura di quello che ci sta provando. Per non parlare della tua ragazza che appenderà il muso!Oppure vorresti stringere la mano a quell’uomo per la risposta che ha dato al suo collega. Ma sai la figura. Penserà che lo stai prendendo in giro. La signora elegante che ti interessa mentre legge, il bambino che non riesce a stare fermo. Esistono delle situazioni in cui pensiamo di doverci comportare secondo le norme. Soffriamo un feticismo degli eventi e delle situazioni. Pensiamo che si possa dire “ti voglio bene” ad un’amica (attenti al sesso opposto!), tramite sms, quasi obbligati. Non abbiamo il coraggio di guardare negli occhi e di metterci a nudo. È più facile parlare guardando altrove, magari lo schermo di un computer. Abbiamo paura di sentirci uomini, di mettere la mano sulla spalla di un fratello e se sentiamo che qualcuno è in difficoltà abbiamo paura di fare il passo avanti. Il rischio di essere invadenti... non possiamo proprio correrlo. Giuseppe per me è stato come quel fantasista che messo in campo alla fine della partita, se ne infischia della tattica ferrea dell’allenatore, prende la palla e sa già cosa fare. Corre, dribbla, scambia con un compagno e segna il goal più bello della partita. Mi ha insegnato che nella vita, a volte, non contano tanto le belle parole, dette nella forma più alta, non contano tanto le conferenze e le lectio, non contano le strette di mano dei colloqui lavorativi. Mi ha insegnato il coraggio di sentirsi uomini. Grazie.










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