Caduti nella rete!
Sabato 11 Giugno 2011
Mark Zucherberg ha soli diciannove anni ma è già un brillante programmatore quando in una notte del 2004 si siede davanti al suo pc in una stanza... Leggi tutto...
"Più o meno Y"
Lunedì 31 Gennaio 2011
Quando si giunge alla fine di uno dei traguardi della tua vita ed è prossima una partenza, dentro di te si crea uno stato confusionale di emozioni:... Leggi tutto...
La speranza s-postata
Domenica 24 Aprile 2011
La resurrezione va creduta: Cristo, il Risorto, non muore più. È una vita che non finisce più, è un giorno che non ha più notte, è una speranza... Leggi tutto...
Una vita diversa
Mercoledì 01 Aprile 2009
Non so dire esattamente quando hai cominciato ad allontanarti da noi. La tua malattia era lenta e graduale, ma inesorabile. All’inizio mi illudevo... Leggi tutto...
Un Babbo con le scarpe rotte
Lunedì 22 Dicembre 2008
Mentre la crisi economica fa capolino nei nostri portafogli, il nostro pensiero va già alla lista dei regali, un po’ scremata rispetto agli anni... Leggi tutto...
Dall'ateismo all'idolatria - "Il signore delle mosche"
Domenica 28 Ottobre 2007
Vi è mai capitato, nel discorrere con un vostro compagno, di parlare di idolatria ed ateismo? Tra i giovani è un tema sicuramente dibattuto. Nel... Leggi tutto...
Il peso del corpo
Lunedì 27 Ottobre 2008
L’uomo corre. Verso la felicità. Almeno così crede. La corsa è frenetica, ansimante, errante, deve correre. Verso quale meta? Chi lo sa. A... Leggi tutto...
Fiori d'acciaio
Martedì 02 Novembre 2010
Dalle pagine di Acciaio, il romanzo d’esordio delle ventiseienne Silvia Avallone, sale piano l’aria pesante e grigia di Piombino e della sua... Leggi tutto...
Baciami ancora
Sabato 27 Febbraio 2010
Dieci anni fa ci eravamo lasciati con la promessa di Carlo di crescere, nel tentativo supplichevole di avere il perdono di Giulia, sua futura sposa,... Leggi tutto...
Questione di vestiti
Domenica 22 Febbraio 2009
  Molti film o libri hanno trattato la triste realtà dell'olocausto, ma l’umanità continua ad avere bisogno di riconciliarsi con il passato, un... Leggi tutto...
Tsunami, un mese dopo
Giovedì 20 Gennaio 2005
Forse quella a cui abbiamo assistito un mese fa, da spettatori allibiti e, diciamolo, un po’ distaccati è stata la più terribile delle... Leggi tutto...
Nella moschea blu
Domenica 24 Dicembre 2006
Devo essere sincero: questa volta Benedetto XVI mi ha davvero sorpreso! Da ex “Papa-boy” e profondo estimatore di Giovanni Paolo II, la nomina di... Leggi tutto...
Giornalisti o giudici
Domenica 18 Novembre 2007
“Gli occhi innocenti del diavolo”, “Sono loro gli assassini”, “Prove nella stanza del massacro”, “Uccisa dal coltello di Raffaele”,... Leggi tutto...
Mi è passato accanto e l'ho lasciato andare
Mercoledì 29 Settembre 2010
“Oggi è stato un sabato particolare per me. Sono andato alla Sinagoga come faccio ogni settimana e mi hanno detto che sarebbe andato a leggere... Leggi tutto...
Cara Antonella
Lunedì 27 Ottobre 2008
...è da tanto che non ci si sente, ma ogni volta è per me una gioia grande ascoltare le tue esperienze, mettermi quasi a contemplare i tuoi sogni,... Leggi tutto...
Home The Observer Ti cedo la maglia n.10
Ti cedo la maglia n.10
Scritto da fedele marrano   
Domenica 18 Febbraio 2007 00:00
smaller text tool iconmedium text tool iconlarger text tool icon

Qualche domenica fa, mi è capitato un episodio semplice: ho incontrato un vecchio amico di infanzia. Giuseppe. Siamo cresciuti insieme. Lui prima abitava dall’altra parte della strada. Alcuni pomeriggi parlavamo dai rispettivi balconi. Avevamo le stesse passioni, gli stessi sogni di bambini. Eravamo tifosissimi dell’Inter e adoravamo giocare a pallone. Lui sapeva giocare in porta, ma con il passare del tempo divenne un ottimo attaccante. Eravamo una bella coppia. Io un po’ più estroso in campo, lui cinico finalizzatore.

Se dovessi raccontare le marachelle che abbiamo combinato insieme, non basterebbe un giornale intero. Ma non sono qui per parlare di ciò che è stato, ma di ciò che c’è. Qualcuno lo chiama legame. Già! Quel sottilissimo filo di seta che lega un elefante ad un palo. Non si sa perché, ma scegli di restare legato e di aggrapparti a quel filo sottile, sapendo che è debole, che non si nutre di un’ assidua frequentazione, ma che c’è e puntualmente rivela la sua presenza. Dicevo della domenica. Sono andato in chiesa con largo anticipo come è mia abitudine. Mentre aspettavo l’arrivo dei bimbi del mio gruppo di catechismo, ho scorto Giuseppe dall’altra parte della chiesa. Mi sono alzato e sono andato a salutarlo. Abbiamo parlato delle nostre vite. Lui lavora ed io studio. Come stai, ho avuto qualche problema, una professoressa fastidiosa, non ti vedo da tanto tempo, fammi andare che stanno arrivando i bambini… si vai, tranquillo. “Ti voglio bene, Fedè!”. L’ha detto nel nostro dialetto, quasi per dare alle sue parole semplici quell’aria di familiarità, quel sapore di pura verità. Mi ha spiazzato sapete. Io così costruito, lui così libero. Giuseppe conserva ancora la capacità di sorridere quando ti saluta. Io non ci riesco molto. Mi ha dato una bella lezione. Mi sono fermato a pensare al coraggio di esprimere quello che si prova, con tanta naturalezza. Siamo così costruiti, così calati in uno schema poco elastico, come quelli di alcuni allenatori che non apprezzano la giocata vincente del numero 10. Quante volte in treno noti gli occhi stupendi di una ragazza e vorresti dirle che è bella, che i suoi occhi ti hanno emozionato. Ma poi pensi che forse fai la figura di quello che ci sta provando. Per non parlare della tua ragazza che appenderà il muso!Oppure vorresti stringere la mano a quell’uomo per la risposta  che ha dato al suo collega. Ma sai la figura. Penserà che lo stai prendendo in giro. La signora elegante che ti interessa mentre legge, il bambino che non riesce a stare fermo. Esistono delle situazioni in cui pensiamo di doverci comportare secondo le norme. Soffriamo un feticismo degli eventi e delle situazioni. Pensiamo che si possa dire “ti voglio bene” ad un’amica (attenti al sesso opposto!), tramite sms, quasi obbligati. Non abbiamo il coraggio di guardare negli occhi e di metterci a nudo. È più facile parlare guardando altrove, magari lo schermo di un computer. Abbiamo paura di sentirci uomini, di mettere la mano sulla spalla di un fratello e se sentiamo che qualcuno è in difficoltà abbiamo paura di fare il passo avanti. Il rischio di essere invadenti... non possiamo proprio correrlo. Giuseppe per me è stato come quel fantasista che messo in campo alla fine della partita, se ne infischia della tattica ferrea dell’allenatore, prende la palla e sa già cosa fare. Corre, dribbla, scambia con un compagno e segna il goal più bello della partita. Mi ha insegnato che nella vita, a volte, non contano tanto le belle parole, dette nella forma più alta, non contano tanto le conferenze e le lectio, non contano le strette di mano dei colloqui lavorativi. Mi ha insegnato il coraggio di sentirsi uomini. Grazie.

 

Mostra altri articoli di questo Autore

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna