"Non sono un Cristo né un filantropo. Sono tutto il contrario di un Cristo, e la filantropia mi sembra nulla in confronto alle cose in cui credo. Mi batterò con tutte le armi di cui dispongo, e cercherò di atterrare l'altro, invece di lasciarmi inchiodare a una croce o a qualsiasi altra cosa"
Queste sono parole di uno degli uomini più famosi degli ultimi cinquant’anni… un uomo che ha fatto della forza dei suoi ideali e delle sue azioni il paradigma della sua stessa esistenza. Sto parlando di Ernesto Guevara, al secolo noto meglio come “Che”.
Indubbiamente è una delle figure più affascinanti soprattutto per noi giovani, una figura che richiama gli ideali di libertà e di giustizia, di fratellanze e di “comunismo”, inteso proprio come comunione fra pari.
Mi fanno riflettere le tante maglie che immortalano questo eroe della storia, le bandiere sventolanti persino negli stadi,i vari gadget venduti anche nel più sperduto degli autogrill. Rifletto su ciò che rappresenta Ernesto Guevara. Per alcuni è sicuramente un idolo, la personificazione di ideali puri, ma per altri, forse tanti, è solo una tendenza, una moda anche ideologica, più che altro psicologica.
E già! Qualcuno trova il suo accesso in società grazie alla moda di “fervido” rivoluzionario, un po’ come la password comportamentale che ti permette di essere a posto, di avere il beneplacito degli altri.
Rifletto e mi chiedo come mai non ci siano in giro gadget del “Mahatma” Gandhi, di Francesco d’Assisi e di tanti altri che hanno rivoluzionato la loro vita e quella degli altri, raggiungendo risultati anche prestigiosi e, tra l’altro, più duraturi di quelli raggiunti da altri rivoluzionari più alla moda. L’indipendenza dell’India è una realtà ancora presente e non mi sembra che si sia impugnato alcun fucile. A Cuba, non si può dire che si sia raggiunto una vera e propria libertà.
La mia riflessione cresce di portata: perché nel mondo giovanile non desta un simile interesse una Persona che, secondo il mio modesto parere, rappresenta la vera immagine della rivoluzione? Perché quella Persona, il Cristo, viene molte volte relegato a vaghe reminiscenze d’infanzia senza trovare il modo di essere password di vita, forma mentis, stile di comportamento.
“Non sono un Cristo”, il Che parla chiaro. Ahimè, oltre all’ignoranza di quelli che lo reputano davvero paragonabile al Messia, quello che più mi preoccupa è che tutto questo sia causato da un certo attaccamento al sangue, all’azione violenta. Siamo alla solita legge: il nero fa più share del bianco, il fucile attira più dello sguardo, il sangue più della purezza.
Perfino l’ideale più puro si è fatto moda, ma stenta a diventare concreta quotidianità.
In un mondo in cui anche l’essere rivoluzionari, o presunti tali, significa fare parte del gioco, del sistema, la via d’uscita sembra essere davvero rinnovare la nostra vita alla luce della Sua morte, trovare la nostra felicità nell’altro.
Gesù di Nazaret si è lasciato inchiodare a quella croce per darci la vera libertà. Paradossalmente ci ha donato la libertà più “lontana”: quella dai noi stessi, dal nostro peccato.
La scelta più originale, la soluzione sempre nuova.











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