
È difficile trovare l’incipit di questo mio articolo. Posso dirvi che il mio intento è quello di parlarvi della scomodità. Sulla maggior parte dei dizionari la definizione di questo termine è data come l’opposto di comodità.
Non potrebbe essere diversamente altrimenti sconfesseremmo le nostre amate professoresse di grammatica che ci spiegavano il significato di quella “s” iniziale. Lasciando a quei tempi lontani le diatribe linguistiche, il mio vuole essere un invito a riflettere su ciò che spero molti di voi abbiano visto, aggiungo con superbo disgusto. Sto parlando del video dato in pasto ai media dai pm di Napoli nel tentativo, oserei dire disperato, di identificare il killer di Mariano Bacioterracino.
Credo abbiate visto anche voi quelle persone che passavano oltre, nel vero senso della parola: la gente ha saltato quel cadavere, ha guardato in un’altra direzione, ha lasciato adagiare la sua indifferenza su quel corpo, come si trattasse di quel mantello che rende invisibile come nei libri di Harry Potter. Allora che c’entra la scomodità. Mi perdonerete se cado nel mio usuale vezzo di fare riferimento ai miei autori preferiti. È stato automatico ripensare a Kierkegaard, al suo concetto di cristiano “scomodo”, di persona contro la massa, di vera e propria antitesi al sentire comune, al “che vuoi farci”. I
più interessati avranno sicuramente letto delle dichiarazioni della moglie dell’uomo ucciso. Diceva pressappoco così: «Mio marito ucciso? Qual è il problema?». Queste mie riflessioni sono state accompagnate dalla polemica insorta qualche giorno fa sull’opportunità dei crocifissi nelle scuole. Il mio intento non è quello di cadere in facili moralismi. Penso sia giusto però ricordare ancora una volta, che dobbiamo scrollarci di dosso quell’aria da cristiani di copertina. Lo dico a me stesso, a quei pochi occhi che fisseranno queste miei umili parole.
Succede anche da noi. Siamo in fila nelle grandi manifestazioni di massa, quelle che conferiscono il brevetto di “brava persona che va in chiesa”, per poi chiudere nell’omertà più malvagia la nostra fede “personale”. Quella gente è la stessa che, con lo stesso passo, segue la festa per il Patrono, la stessa che forse va a messa la domenica. Quella gente forse siamo anche noi, quando preferiamo entrare dentro le nostre case se una situazione verificatasi potrebbe comprometterci, salvo poi spiare dalle tende delle nostre finestre. Non siamo distanti da quella gente, quando favoriamo quella cultura che fin da piccoli ci insegna a prevaricare l’altro. A chi non è capitato, in età ormai lontane, di andare in salumeria ed essere sorpassato dalla classica vecchietta più lesta che mai? È quello il modo di fare della gente che si abitua, come un grosso automa, a crescere e favorire il fare omertoso.
I vescovi italiani hanno ribadito che i mafiosi sono fuori della Chiesa e per questo non c’è bisogno di alcuna scomunica. Chiediamoci quanto siamo degni di essere chiamati veri cristiani. Non c’è bisogno di impugnare armi o di grandi manifestazioni che forse non sono nelle nostre corde. C’è bisogno di un fare quotidiano, costante e scomodo. È la nostra testimonianza che deve mettere in crisi l’altro, deve favorire un’alternativa, deve far scricchiolare un sistema che, per quanto grande possa sembrare, è imperfetto perché semplicemente umano. A volte un piccolo ingranaggio può compromettere il funzionamento dell’intero meccanismo. Saremo noi quella piccola goccia scomoda che quotidianamente scaverà la roccia malsana dell’omertà.





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