Quando penso al concetto di cultura mi viene spontaneo toccarmi la barba e cercare la montatura leggera degli occhiali che non ho mai portato. Ai tempi dei miei nonni, ma se vogliamo anche non molto lontano da noi, si pensava che la cultura fosse una questione di status, di stile, di opportunità, fosse il ruolo che qualcuno aveva nella società.
Spesso quei “ruoli” avevano la barba curata e gli occhiali da intellettuali. Era un onore avere in famiglia un dottore, un ingegnere o un avvocato. Ho in mente i pranzi “sociali” nelle festività, in cui si sedevano gomito contro gomito, il contadino e il dottore, con il primo impegnato a riverire il suo prossimo, cercando di non fiatare per paura di confezionare una brutta figura.
Anche quando ero piccolo, più di qualcuno nella sua rubrica di pillole di saggezza, mi ha detto che dovevo cercare di stare con chi era “meglio” di me, alludendo con il comparativo di maggioranza alla “buona” famiglia o estrazione. Sono passati gli anni e per fortuna posso dire che ho trovato di “meglio” anche altrove.
Mi riferisco alle rughe impolverate di un contadino, agli insegnamenti di un anziano solo nel suo dialetto elegante e calmo. Mi riferisco ai compagni di strada che pur non avendo un registro mi hanno raccontato il loro vissuto. Ho trovato di meglio nel “fango” della vita, negli interessi tutti personali, nello studio per passione, più che nella lezione ripetuta secondo la modalità del professore fiscale.
Non sto sminuendo la cultura fatta di libri e di studio, anzi. I nostalgici penseranno alla cultura quella con la maiuscola, quella di serie “A”, solo perché forse è il loro ramo, o perché pensano che noi giovani non possiamo parlare di letteratura, filosofia, teatro, pittura ecc…
Avverto nel mondo adulto una certa insofferenza a vedersi misurato con la brillantezza di uno studente fuori dagli schemi, anche per paura di non saper che dire. C’è una chiusura a volte fatta di ruoli, di posizioni, di assunti. Qualcuno crede di saperne di più solo per l’età, per lo status appunto e poi quando deve sancire il fallimento del suo dialogo con i figli, sta lì ad imputare al computer o alla televisione la sua pessima scelta di starsene sul piedistallo.
La chiusura riguarda anche i nuovi campi della cultura. L’informatica, l’elettronica, internet, ma anche la musica dei gruppi locali, il cinema di nicchia, quello impegnato. C’è un magma silenzioso di giovani interessati che si spostano sui blog alla ricerca di qualche posizione da commentare o controbattere, quelle posizioni che a volte in famiglia e a scuola, spesso sono troppo rigide per essere discusse.
La definizione che più mi piaceva della cultura era quella che la presentava come la chiave di volta della vita, come l’interpretazione dell’esistenza. La cultura non è sfoggio di erudizione o somma fredda di nozioni, non ha un aspetto, né si cura dei luoghi, che siano salotti o strade di periferia.
La cultura è multiforme, non è mai assoluta, ma soprattutto non è mai sola. Ha bisogno dell’altro con cui confrontarsi, della sana discussione per misurarsi, del contatto umano per nutrirsi.







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