La scena mediatica degli ultimi tempi ha portato alla nostra attenzione una serie di episodi drammatici che si sono rincorsi nella testa di tutti noi, attoniti spettatori non paganti. Il rom violentatore e omicida, il cecchino improvvisato sul terrazzo di un palazzo, con tanto di sacchi di sabbia da trincea, il caso di Perugia, la maestra uccisa a Lecce e non ultima la morte di un tifoso in modo così paradossale.
Colpito da tanta materia, ho rincorso il mio pensiero, quasi innervosendomi per la sua fuggevolezza, per la sua incompletezza. Ho raccolto giornali, opinioni, riflessioni, particolari di cronaca. Per non parlare delle parole propinate in abbondanza dalle poltrone consumate dei reiterati “talk show” televisivi, solo belle copie degli altrettanto vani e improvvisati dibattiti da bar. Scopro negli occhi e nei commenti della gente una percezione del male diffusa, una quasi suddivisione dello stesso, magari per poter usufruire del “mezzo gaudio”.
Una paura completa e globale che rende vano qualsiasi pacchetto di sicurezza, qualsiasi grande discorso demagogico. Il male non è un status, una condizione. Mi verrebbe da dire che quasi potrebbe essere opinabile il fatto che sia una scelta. Ho come la sensazione che sia una cultura, una sorta di razza, una sorta di stadio del nostro stesso evolverci. La paura del male è nelle nostre cellule, sulla nostra pelle pulita e meno puzzolente di quella ruvida di un comune rom. Mai come oggi la diffidenza dovrebbe farla da padrone e allora spiegatemi tutti i sondaggi sui vari indici di gradimento del governo e politici tutti. Ma quale gradimento!
C’è un tedio, una noia nel sentirsi impauriti che rende inutili anche queste mie vanitose parole. La sensazione di avere accanto il sorriso di un compagno che potrà uscire di senno, o magari, paradossalmente, trovare il suo senno in un gesto definitivo, scorretto e maligno, ci consegna uno stato psicologico instabile, precario, per nulla rassicurante. Vagando con la mia fantasia malata ho anche pensato che paradossalmente potrei trovare compiacimento nell’essere rom, nel sentirmi semplicemente archiviato in una razza, in un costume. Ma se dovessi uscire dalla mia parentesi zingara e scoprirmi colpevole avrei difficoltà io stesso a gestire la mia posizione.
Avrei anche solo paura di dover creare qualche grattacapo agli opinionisti poltronai perché non potrebbero chiudermi in una sentenza, in un carattere somatico, catalogarmi in un “pericolo” o in una situazione da risolvere. Viviamo quasi la paura del tradimento, del Giuda che ci sta accanto.
A volte temiamo di ritrovarci a dare quel “famoso” bacio, a riscuotere i trenta denari, a prestare il volto al discepolo che lo tradì. Eppure non per questo dovremmo evitare di andare avanti, non per questo non dovremmo presentarci innocenti, fustigati e paragonati ad un Barabba qualunque. Il coraggio sta anche nel cercare quell’altra “metà” del nostro volto, del nostro io. Nell’indagarla, nell’ascoltarla. Magari potremmo scoprire che la linea di mezzo non è proprio al centro, magari fermare l’inesorabile avanzata.
E un giorno per noi potrebbe cantare per la terza volta il gallo e accorgerci di aver tradito noi stessi, ma state sicuri che Qualcuno, magari che ci aveva avvisato, magari in preda a sputi e flagelli… ci guarderà con occhi teneri per tirarci su.








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