Ho raccolto le parole che stanno per comporre queste umili righe nei sentieri più polverosi del mio pensiero, stuzzicato dall’ironia di un mio amico che mi ha portato a riflettere in occasione della domenica delle palme. “Qui c’è tutta la verità – diceva – Pietro rinnega tre volte e poi è diventato il primo Papa”.
La mia prima reazione è stata un sorriso compiaciuto. Ho provato piacere nell’avere davanti un interlocutore maturo, riflessivo, ironico appunto, sostanzioso. Esemplare non dico sulla via dell’estinzione, ma spesso raro da incontrare.
Al di là delle mie reazioni, quelle parole mi hanno portato a ricordare tutte quelle persone, anche a me molto vicine, con le quali ho discusso sull’opportunità di essere chiesa. Spesso i dialoghi su questo tema hanno annoverato tra le loro argomentazioni l’incapacità della chiesa di essere esempio di coerenza. Quanti miei coetanei mi hanno parlato delle macchine dei preti, della tecnologia scelta non per mezzo ma per fine, dell’assoluto limite umano di chi è chiamato a guidare la chiesa. Ho pensato a Pietro. A quell’uomo che sfodera la spada e taglia l’orecchio al soldato Malco. A quell’apostolo a cui è stato detto «vade retro satana», lo stesso che prima si rifiuta di farsi lavare i piedi e poi chiede «non solo i piedi ma anche le mani e il capo». È stato scelto lui, per edificare la chiesa, una delle tante pietre scartate dai costruttori. Gesù di Nazareth si è fidato di lui, della sua umanità impulsiva, a volte irrazionale, per nulla perfetta e immacolata. Si è fidato del desiderio di costruire le “tre tende” e si è fidato di quel «anche se dovessi morire con te non ti rinnegherò mai», pur sapendo come sarebbe andata a finire. So che a molti queste mie parole potrebbero suonare come una giustificazione alle incongruenze dell’umana chiesa, anche se spesso si confonde la comunità con il clero.
Non è mia intenzione tacere su quelle insofferenze che anche io spesso provo nei confronti di una palese incoerenza, di un limite che talvolta stenta ad essere combattuto. Giustificazione non deve diventare anche per coloro che spesso si fermano a quel limite, a quella difficoltà e stentano a fidarsi di quell’umanità. Il gallo continua a cantare, a ricordare quel tradimento, previsto e non disatteso. Continua a cantare per ricordare a tutti che il risorto chiede “mi ami più di costoro?” a ciascuno di noi, pastori e pecore, nonostante conosca il nostro cuore. È nostra responsabilità ascoltare quel monito, avvertire il costante richiamo alla coerenza del Vangelo. Il gallo è il simbolo di una scommessa azzardata, di un rischio previsto, di una scelta che capovolge l’ottica delle cose e che riguarda anche noi, la nostra balbuzie, la nostra povertà, la nostra vanità.









Myspace
Webnews
Digg
Del.icio.us
Yahoo
Technorati
Googlize this
Facebook
Wikio
Diggita