Se vi capita di ascoltare i racconti e le suggestioni di qualcuno che ha vissuto un’esperienza missionaria, sicuramente tirando le somme della sua avventura dovrà ammettere che la sua voglia di darsi è stata quasi annullata da tutto ciò che invece si è trovato a ricevere. Anche per la mia esperienza in Albania non posso che confermare tale, come dire, conclusione.
Le scelte sbagliate di qualcuno mi hanno portato in un posto giusto. Mi hanno portato a Dukagjin, un luogo dimenticato quasi dalla civiltà, ignoto anche alle cartine geografiche. Incontaminato, sembrava uscito da una di quelle cartoline perfette, quelle che ti lasciano con il fiato sospeso. Nella missione francescana gestita da Padre Antonio Imperato, mi sono trovato insieme a tre amici e due frati partiti con noi, a dare una mano nell’animazione e nel corso di italiano che con fatica viene portato avanti.
Confesso che prima della partenza non ero molto convinto dell’esperienza che stavo per fare, deluso forse dalla mia realtà, spesso ingrata e nemmeno rispettosa. Non ho paura a dire che avevo perso anche Dio. Sono partito quindi per ascoltare la dimensione umana del volontario, con la presunzione che potessi isolare la mia fede in crisi. Sono gli occhi curiosi di quei bimbi che percorrono due ore di cammino anche per stare un po’ con gli altri, visto che nelle loro abitazioni isolate passano il loro tempo con il bestiame, è stata la loro voglia di comunicare, il calore dell’ospitalità di tutto il popolo delle montagne, la loro capacità di vivere in sintonia con il creato che trasuda perfezione… tutto questo, tutti i piccoli gesti, mi hanno presentato il Dio silenzioso di Dukagjin.
Un Dio diverso da quello dei grandi eventi, un Dio diverso da quello gestito, colorato a piacimento, presentato nelle più altisonanti omelie, un Dio che si fa sentire, che irrompe con il suo silenzio assordante, un Dio dal quale difficilmente ti distogli, anche perché se manca la corrente e tutto ciò che noi pensiamo sia fondamentale, è quasi impossibile perdersi nei meandri dei pensieri, si, un Dio che non ti fa pensare alla tua vita precaria, alla tua sensibilità ferita, un Dio che ti consola. Un Dio che senti quando sei il ventesimo passeggero in un pulmino da nove posti, quando impieghi sei ore per fare settanta chilometri sulle vie sterrate, un Dio che ti bagna come l’acqua del lago che entrava nella canoa di lamiera sul ciglio della quale erano accomodate quindici persone, un Dio che si nutre dell’ospitalità di un popolo pronto a darti l’ultimo pezzo di formaggio che riesce a produrre, anche solo per accompagnare il doveroso bicchiere di grappa tipica prodotta da tutte le famiglie.
Un Dio fatto di rapporti, che si comunica anche nell’abbraccio disinvolto di un padre per una figlia, che riesce a giocare a pallone a piedi nudi sulle pietre, che si vergogna di accettare la caramella che viene offerta. Sono tornato geloso di quel che ho ricevuto, carico e rinvigorito, non per questo meno critico e scomodo. Pronto a presentare al mio mondo precario, il silenzio sincero e consolatore del Dio Dukagjin.












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