Cerchi danzanti, bandiere legate, molto spesso una accanto all’altra, cappelli colorati, tamburi, mani intrecciate, sorrisi silenziosi, cori simpatici, canti, rumori di passi affaticati, sguardi persi nel vuoto, capelli mossi dal vento, diversi abbigliamenti, diversi modi di porsi, diversi modi di esistere, diversi modi di andare incontro a Qualcuno che un po’ poeticamente potremmo descrivere come la sintesi perfetta di tutte le diversità, l’equilibrio fra milioni di poli che altrove esprimono forse repulsive, ma che in quell’Uno tutto, stanno benissimo.
La XX Giornata della Gioventù per me, volontario, è stato un continuo registrare sensazioni, input che i miei sensi ricevevano dalle situazioni, dalla gente, dai momenti…
Quando qualcuno mi ha proposto di partecipare alla GMG come volontario mi sono venute in mente quelle giornate d’estate quando mio padre mi portava con lui in campagna. Pensavo che se mi fossi sporcato avrei dato agli altri la sensazione del lavoratore, del bravo bimbo che si era impegnato… non vi dico cosa combinavo. Il risultato finale era comunque che tornavo in condizioni pietose!
Forse all’inizio la scelta è stata dettata da quello che potrei definire semplice attivismo, forse anche un po’ incosciente e sterile. C’era la volontà di fare qualcosa, di sentirsi utile in qualche modo. Ho sentito il bisogno di sporcarmi la mani, di sentirmi immischiato, già, di farmi un po’ “i fatti” degli altri.
Io ho avuto la fortuna di essere volontario a Casa Italia, una sorta di centro operativo, con tanto di redazione di sito internet e di web-radio, a cui facevano riferimento tutti i pellegrini italiani. Al di là della parte organizzativa, dalla quale comunque ho potuto farmi un’idea di quanto sia difficile preparare un evento di tali dimensioni, a me ha colpito l’incontro con la gente, con gli occhi delle persone, occhi a volte spaesati per i dubbi, occhi affaticati dalle lunghe camminate, occhi sempre vivi e pronti a dirti anche grazie, un grazie forse non altisonante, ma un grazie che segnava.
Non credo d’aver fatto qualcosa di eccezionale a Colonia. A volte confesso di essermi trovato in un imbarazzo incredibile nel momento in cui non sapevo rispondere alle domande di coloro che si aspettavano da me delle risposte, ma questo credo faccia parte del gioco. E’ stata dura anche ascoltare ahimé le tante lamentele dovute ad un’organizzazione tedesca non proprio “tedesca”. E’ in quei momenti che ho sentito la pesantezza del ruolo, ho sentito forse un po’ troppo la responsabilità gravare sulle mie spalle e avevo voglia di dire che ero un semplice volontario, che non ero un informatore, che ero in piedi dalle cinque ed ero andato a letto alle due e non certo perché mi ero trattenuto in un pub. Sapete volevo reagire come quelle persone che appena dici che sei stanco ti fanno l’elenco di tutto ciò che hanno fatto dall’alba al tramonto.
In realtà non ci ho messo molto a capire che la gente aveva solo bisogno di essere ascoltata e di una pacca sulla spalla. Ed è in quei momenti che mi sono venuti in mente quei pensieri di cui ho parlato sopra. E’ in quei momenti che mi sono sporcato le mani, che ho sentito il calore della pelle un po’ accalorata dalla fatica, ho sentito il profumo di Qualcuno che era lì in mezzo a due o tre legati nel suo Nome
.
Se è vero che l’esperienza come volontario ti priva di molto tempo e non ti permette di prender parte a tutti gli appuntamenti, è ugualmente vero che ti riserva dei brividi particolari, che ti fanno superare tutto: fatica, imbarazzo e magari anche un filo di nervosismo.
Ero andato a Colonia fiero e convinto di dover dare quello che era mio, sono tornato davvero “da un’altra via”, alla maniera dei magi dopo aver adorato il bambin Gesù. Sono tornato con i polmoni pieni di nuovo ossigeno, con gli occhi sognanti, con le orecchie ancora assordate dai cori di uno stadio festante, con le narici rinfrancate dalla fragranza emozionante del profumo di Dio. Sono tornato con le mani sporche che odorano di uomini.









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