Qualche tempo fa, ascoltavo con distrazione la conversazione di un mio amico con altri suoi compagni d’università. Avevano fondato un gruppo: quelli che il venerdì sera staccano la spina. “Devi iscriverti assolutamente” – si dicevano – cogliendomi impreparato sull’argomento. Ho aspettato che quella conversazione si esaurisse, che i compagni andassero via, per chiedere al mio amico di cosa parlassero.
In una parola ha sentenziato: Facebook! La curiosità (dicevano fosse femmina!), mi ha spinto a scrivere sul primo motore di ricerca questa parola che, nonostante il mio pessimo inglese, suggeriva l’idea di un “libro delle facce”. Procedura di iscrizione comune, inserisci i tuoi dati, attendi la conferma e voilà: benvenuto nel cubo di cristallo di questa realtà che gli studiosi amano chiamare social network, ossia un contenitore in cui le persone, conoscenti o meno, si cercano, si accettano, e scelgono di condividere tutto quanto sia possibile spiattellare su internet. È possibile arricchire il proprio profilo di foto, descrizioni, dati anagrafici. Si condividono passioni per sport, arti, musiche, personaggi…è possibile addirittura informare i tuoi amici scrivendo cosa stai facendo in quel momento. Il tutto condito da una piattaforma che permette di commentare ciò che fai, pubblichi, scrivi o segnali. Il meccanismo perverso non è tanto quella della condivisione di ciò che caratterizza un utente, ma che chiunque sia, anche solo indirettamente, legato ai tuoi amici, possa vedere e sondare tra le tue attività su Facebook. Come dire…privacy zero.
Non è un caso che abbia scelto l’immagine di un cubo trasparente. È come se scegliessi di chiudermi dentro una vetrina osservabile da più angolature. Chiunque potrebbe guardare i miei movimenti, apprezzare le mie relazioni, le mie passioni, semplicemente girandomi attorno, chiuso anch’egli nel suo vetro. Se qualcuno ha studiato un po’ di ottica geometrica, sa che i vetri sono superfici che deformano, ingrandiscono, deviano la luce, addirittura scompongono le frequenze della radiazione luminosa. Può capitare quindi che qualcuno lasci scomporre il suo fascio d’osservazione, lasciando passare ora una ora l’altra frequenza; qualcuno potrebbe vedere un’immagine rifratta o semplicemente fermarsi a quella riflessa. È una sorta di gara a chi arricchisce maggiormente il proprio album di figurine. Come si faceva un tempo con i calciatori: ci si trovava fuori dalla scuola e si cercava l’occasione di uno scambio, osservando lo scorrere dei doppioni dell’amico, al ritmo di “ce l’ho” e “mi manca”! Le figurine siamo noi, siamo noi giocatori e collezionisti. Scegliamo, clicchiamo e incolliamo nel nostro album telematico chi ci pare: amici di vecchia data, così come compaesani mai salutati.
Non starò qui a cercar di sintetizzare quanto tutto ciò comporta. Credo che si cominci per curiosità, per gioco, per la velocità dello strumento, per la possibilità di raggiungere quotidianamente persone lontane. Il paradosso è che spesso ci si scrive cose inutili, si cerca qualcuno che hai accanto, che potresti invitare da qualche parte, senza aspettare che sia connesso. Il meccanismo di Facebook, come altri social network, mi sembra che allontani avvicinando, separi unendo. Ti lega con un click, ma si rende mediatore necessario, fondamentale. Per concludere queste righe un utente serio scriverebbe qualcosa sulla sua bacheca: “Sto staccando per andare nel vero mondo…” Commenta!












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Commenti
Il confine tra le due realtà so che può essere valicato senza accorgersene, tanto che il gruppo \"Ammetto di essere diventato dipendente di facebook\" è affollatissimo( !!!).
Tuttavia benvenga se permette di ricontattare conoscenti lontani, o se serve da bacheca per qualche iniziativa culturale o solidale.
Chissà, quegli stessi potremmo incontrarli domenica sera al concerto su De Andrè!
"Sto staccando per andare nel vero mondo…"
Bravo Fedele,
scusami ma ti ruberò la frase.
Anch'io spesso scrivo cose inutili su face book, soprattutto negli ultimi mesi.
Sto passando un momento in cui i miei neuroni sono in cassa integrazione.
Per cercare di illuminarmi vengo spesso a leggere i vostri interventi, , vi ringrazio per quello che scrivete.
Io vedo Face book come un'arma , una pistola, fucile o un mitragliatore.
Le armi le usa il malfattore, le usa il poliziotto... il bene è il male...la vita è questa.
Spetta a noi decidere se stare con uno o con l'altro.
Allora ben venga fess bukke, e come dice Carmela, divertitevi anche con le fesserie.
L'importante e non prenderlo troppo sul serio .
Michele Poli
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