Le righe che sto per scrivere e voi per leggere, prendono forma a partire da una grossa sfuriata che ho avuto nei confronti dei ragazzi che, indegnamente, seguo nel processo di formazione cristiana. La ramanzina, come si diceva una volta, era partita dal loro scarso interesse, dalla poca partecipazione, per non parlare dallo stile con cui partecipano, quando non sono dal “famoso” dentista che opera anche di domenica, alla celebrazione della messa.
La mia invettiva prendeva corpo e ascendeva nel suo massimo climax quando ho parlato dei biglietti della loro vita, che spesso timbrano ora in questo ora in quell’autobus, perché tutti lo fanno, perché tutti lo vogliono, perché è semplicemente così. Se ci pensate non siamo ancora nati e c’è chi già pensa al nostro futuro, prossimo e lontano. Sarà battezzato, diventerà ingegnere, poi a dieci anni la comunione, la cresima, poi gli anni della scuola superiore. E ancora l’università, il lavoro, il/la fidanzata/o, il lavoro e un bell’impacchettamento verso quella che è la dolce vita della norma.
Non è mia intenzione discutere ed eventualmente criticare la scelta di tante persone che dignitosamente portano avanti la loro vita e quella dei loro cari. Giù il cappello per tutti. La mia riflessione si spinge verso i giovani, verso me stesso, verso chi scorgo insoddisfatto, incastrato nei temi che appartengono ad altri, nelle scelte che non sono mai partite dal loro cuore. C’è la facoltà del padre, lo sport che piace alla madre, le amicizie che sono gradite. Un giorno ci si ritrova adulti, senza aver mai scelto e con delle responsabilità che non ci appartengono. A volte il senso comune ci porta a farci sentire mediocri, se siamo “fuori posizione”. Ho 30 anni e non ho ancora trovato un partner, il lavoro scarseggia. La gente mi guarda in cagnesco, come se quel giorno del battesimo, già quello che per definizione i genitori scelgono per me, qualcuno non mi avesse tolto il peccato originale. È come se esistessero tanti personaggi di un unico grande film con il finale già scritto. Come se le nostre rotaie, fossero saldate ai binari che altri hanno tracciato per noi. Un treno inarrestabile che ci risucchia con gli impegni, con il tempo imposto.
I pochi capelli rimasti ormai scoprono la mia testa. Mi fanno sentire più grande e quasi non ho più voglia di sognare, di provarci. Su quella stessa testa qualcuno ha posto delle ceneri dicendomi “convertiti”. Che la conversione sia proprio scendere da quel treno che corre veloce verso il destino prestabilito. Che quelle ceneri siano la forza per lanciarsi dal finestrino, magari rischiando di ritrovarsi pieni di graffi, ma con la possibilità di porre sulla terra i nostri piedi. Che il cammino voluto dalle nostre gambe, ci porti a trovare la naturalezza di scegliere, dandoci in mano la libera patente della vita, sprovvisti dei biglietti per le tappe forzate.





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