L’ho conosciuto mentre guardavo delle bancarelle poste sul lungomare di Giovinazzo in occasione della festa patronale. Volevo comprare un bonghetto, sapete di quelli usati per le percussioni, uno di quegli strumenti che loro, gli africani, chiamano jambe.
La prima volta sono passato ho chiesto a questo ragazzone che prezzo avessero i suoi bonghi. Il prezzo mi sembrava eccessivo. Vi dico la verità, non riuscivo a staccarmelo di dosso. E allora dissi che sarei ripassato perché al momento non avevo con me i soldi.
La domenica mattina, sono ritornato dalle parti della bancarella di Abib. Lui mi ha subito riconosciuto. Il prezzo? Era sempre quello. Ma questa volta Abib cambia “tattica”. Mi dice di fissare il prezzo. Mi vuole mettere alla prova. Io sono in imbarazzo. Taglio corto e dico che sarei ritornato. Forse ci rimane un po’ male. Ma io gli prometto di ritornare e di comprare il suo jambe.
Il lunedì è il giorno decisivo. Torno da Abib e lui è contento di vedermi. Mi stringe la mano e mi dice che per lui è importante avere a che fare con persone che rispettano la parola. Io ero uno di quei pochi che con lui avevano rispettato la parola. Il prezzo è sceso. Mi chiede poco. Decido di dargli più soldi di quanti me ne abbia chiesti.
Lui è contento. Insiste sul fatto che io abbia rispettato la parola data. Mi dice che per lui non contano i soldi. Siamo sotto il cielo. I soldi non restano. Ciò che resta è la mano e lo sguardo di un amico. Per questo mi promette di farmi un regalo. Me lo promette con decisione
Abib ha una capacità di guardare dritto negli occhi che pochi hanno.
Lo saluto. E lui sorridente mi risponde.
Torno a casa. È l’ora di pranzo. Mi sono quasi seduto a tavola. Sono felice per il mio acquisto e per il “contorno”. Ma in un istante il mio umore cambia. Chissà Abib cosa mangerà, se mangerà.
Allora decido di tornare da lui. Gli porto da mangiare. Quando arrivo in macchina rimane un po’ perplesso. Poi mi riconosce. E’ davvero felice. Mi dice che vuole vedermi a Molfetta, sempre alla festa patronale. Gli ho portato qualcosa che aveva preparato mia madre. Per la gioia dice che adesso è anche sua madre. Quasi si commuove. Chissà cosa avrà pensato. I suoi occhi lucidi e incantati sono uno scrigno protetto.
Due settimane più tardi è la festa di Molfetta. C’è tanta di quella gente. Un fiume in piena che ti trascina per le vie del centro. Piatti sbattuti, le migliori pentole e chi più ne ha ne metta. Abib mi ha detto che si posiziona dalle parti del porto. Da quelle parti il flusso di gente è scemato. Non c’è quasi nessuno.
Abib mi guarda. È coperto con un cappuccio. Ha freddo. Sorride quando finalmente mi accorgo del suo sguardo. Mi stringe la mano e mi ricorda che io per lui sono un amico. Parla, nel suo italiano buono ma sforzato. Dice che ha venduto poco. Parla tanto. Ed io non posso che ascoltarlo. Mi vuole fare tanti regali, ma io non voglio accettarli. Allora decide di farli alla mia ragazza.
Gli chiedo se ha fame e lui dice che ha già mangiato. Ha solo sete. Vado a comprare da bere per lui e sua sorella che nel frattempo mi ha presentato. Lei parla meno l’italiano. Ovviamente porto loro anche da mangiare e non possono dire di no. Abib mi invita a mangiare con lui dietro la bancarella. Inizialmente mi vergogno un po’, ma per lui non c’è motivo di essere titubanti. Mi accorgo che sono entrato nel suo mondo, nella sua famiglia.
Abib ha 38 anni. Sua moglie con i due figli è rimasta in Senegal. E’ diplomato ma qui il suo titolo di studio non serve. La sua vita è dura. Deve pagare la benzina per la macchina, l’affitto del suo bilocale nel Salento. Ma non è questo quello che più gli pesa. Mi dice che la gente è diffidente. Mantengono tutti le distanze. Lui mi dice che non ha mai dato il suo indirizzo e il suo numero di telefono a nessuno perché purtroppo deve avere paura. Io sono il primo ad avere i suoi dati. È bello sentirsi dire che di me si fida perché per lui io sono vero. A momenti non ci credo nemmeno io. Lui invece ne è profondamente convinto.
Abib è un filosofo. Per lui è tutto più semplice. Ciò che la mia mente non riesce nemmeno a spiegare, per lui è un semplice sillogismo. Abib è come un bambino. Mi accorgo che è puro. Lui crede ancora agli occhi di un amico, crede ancora che la vita possa cambiare, che tutto possa migliorare. Crede che i suoi figli possano avere un futuro migliore. Crede in uno sconosciuto che sta lì tutto imbellettato e che ha vergogna del suo essere così moderato. Abib è un estremista! Per lui non ci sono misure: è passato in un attimo dal niente al tutto.





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