Così ho lasciato che questa parola mi stimolasse ancora, ho lasciato prender forma ai miei pensieri, specie nei tempi di sana solitudine, nelle mie passeggiate lunghe e silenziose. Il Natale mi fa pensare ad un Dio che ha voluto prendersi la sua parte di tempo, ha voluto sperimentare, provare a capire cosa significhi sentire lo scorrere dei giorni, cosa sia questa tanto sospirata vita, di cui era sommo dispensatore, ma assente fruitore.
Se ci pensate, Dio eterno ha voluto provare anche il piacere del limite. Ha voluto emozionarsi per gli occhi di un bambino, ha voluto prendere certe abitudini, ha voluto nutrirsi del legame con i suoi familiari, ha voluto nascere da Donna. Ha voluto piangere, sentire l’aria nelle sue narici, ha voluto ammalarsi, ha voluto sentire il sudore, il puzzo degli uomini, ha voluto rimanere senza respiro dinnanzi al suo stesso creato. Il Dio imperituro, l’Essere filosofico, si è ripiegato su stesso, quasi deformandosi, per poter entrare nel corpo di un uomo.
Ha conosciuto la dimensione della bellezza, si è interessato delle storie degli altri, si è sporcato del suo sangue, ha sentito il suo cuore battere e i suoi occhi lacrimare, nell’ebbrezza del suo stesso compiacimento per aver creato tutto ciò che si rifà ad un sospiro chiamato vita.Il Natale mi fa pensare ad un Dio che ha voluto lottare per la sua vita, ha voluto essere esempio. Ha voluto prendersi la sua parte di felicità, quella felicità che è solo umana, ha voluto bere tutto di un sorso al bicchiere dell’esistenza, ha voluto tirarsi fuori dalla “monotonia” della divinità per immischiarsi nella trama ingarbugliata delle cose di questo mondo.
Ha voluto difendere quello che era suo, fino alla morte, ha voluto dimostrare che ci si può credere, che si può lottare per la propria Verità. Il Natale mi lascia perplesso di fronte ad un Dio che ha voluto che noi lo pensassimo, ha voluto che noi, esseri limitati, trovassimo anche il modo di contenerlo.
Se ci pensate all’uomo non è mai mancata l’idea di Dio. Magari si è dovuto accontentare della definizione negativa, ha dovuto pensarlo come ciò che non è limitato, ma noi, avide menti, possiamo parlare di questo Dio, dire da che parte sta, sentirlo, possiamo tenerlo fermo dentro di noi. Allora il Natale più che lasciarci pallidi di fronte alle decorazioni intermittenti come le nostre conversazioni, più che coglierci indaffarati nel fare, incastrati nelle tradizioni, nei riti e nelle abbuffate, dovrebbe riportarci a quel brivido di cui anche Dio si è lasciato prendere, a quel essere “minuscolo” che ha incuriosito la divinità.
A Natale dovremmo sentirci orgogliosi di essere uomini, fieri di avere quello che paradossalmente manca al nostro Creatore, nobilitati dalla dimensione del tempo, dell’essere parte del creato. A Natale dovremmo sentire il piacere della vita, dovremmo innamorarci di essa, cominciare a difenderla, prenderci la nostra parte di felicità, bere di un soffio a quel calice che il Dio curioso ci ha offerto.












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