Ormai, quando sfoglio un giornale non faccio altro che andare alla ricerca di messaggi, piccoli gesti, parole, azioni che rompono con la logica comune e vogliono suggerire altro… perché? Voglio dimostrare a chi non crede più nei sogni, nei cambiamenti, in un futuro migliore, che basta aguzzare la vista o drizzare le orecchie per cogliere sfumature di speranza. La speranza fa vivere meglio e ci permette di vivere con passione. Un po’ di tempo fa sono stata abbagliata da una luce di bellezza, da un messaggio di speranza proveniente da Gerusalemme, terra d’odio purtroppo.
Vi ricordate del piccolo Ahmed? Gli organi del suo corpo frodato da una pallottola sparata per sbaglio sono stati donati in
Nome
della pace senza alcun grido di vendetta da parte dei familiari. Lunedì 21 novembre, un’ immagine: un uomo ingiallito, consunto, tra la vita e la morte, attaccato ad una macchina in un letto di ospedale. Era il mitico George Best, il “the best” del Manchester United. Un fuoriclasse negli anni 60, idolo per i giovani perché “in campo straordinario primo attore, assoluto domatore della folla”; verrà anche definito il “quinto beatle”. La sua fama è quella di un’icona pop. Cosa ci faceva uno sportivo intrappolato in un letto? Subito leggo: “L’ex star del calcio in fin di vita per l’alcolismo”. L’alcol, il denaro,le donne e gli eccessi in genere lo avevano portato lontano dal campo da gioco. Una vita di sregolatezze. Per un periodo dice basta all’alcol, subisce un trapianto di fegato, poi ricomincia a bere. Era in terapia intensiva per un’infezione ai polmoni che aveva causato disfunzioni in tutto il corpo. Fin qui la storia di un ubriaco in fin di vita per un vizio ormai radicato. Ce ne sarebbero altri di esempi che riportano le stesse terribili dinamiche, purtroppo. Ma, quella foto era una foto testamento: “Non morite come me” è il suo messaggio. “George voleva che scattassi queste foto come monito sui pericoli dell’alcol, non è mai riuscito a smettere di bere, ma spera che le sue condizioni servano da avvertimento”ha raccontato Phil Hughes, suo agente e amico. Ecco la nota che dà il la a questo fatto di cronaca: George non è voluto morire nel silenzio, ha voluto essere vero idolo, vero esempio per i suoi fans, per i giovani in generale. Di nuovo la bellezza si unisce al dolore: ecco il secondo messaggio all’umanità, ai giovani. Un invito a non trascinare la vita, a rispettarla, a morire con dignità, non a causa di un maledetto vizio. Lui ha capito forse troppo tardi il significato della parola “vita”. Noi giovani siamo ancora in tempo per credere nell’età che abbiamo e vivere alla grande. George ha perso la partita della vita il 25 novembre 2005. Noi abbiamo la possibilità di giocarla fino in fondo.