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I campionati mondiali di pallavolo regalano sempre forti emozioni, ma non immaginavo che quest’anno mi concedessero di assistere ad un evento molto singolare. Giappone, campionati del mondo di pallavolo femminile; alcune giocatrici della nazionale egiziana sono scese in campo indossando un velo sulla testa, maglia a maniche lunghe, pantaloni lunghi sino alle caviglie. Da arbitro ho subito consultato il regolamento per avere un effettivo riscontro e, in effetti, questo abbigliamento è esplicitamente vietato dal regolamento della Federazione internazionale: il velo, in particolare, non è mai consentito, mentre maniche e pantaloni lunghi possono essere autorizzati solo dal primo arbitro e solo in caso di temperature rigide.
E non è il caso dei palasport giapponesi. Regola 13.5.1: I giocatori della squadra al servizio non devono impedire agli avversari di vedere il giocatore al servizio o la traiettoria della palla per mezzo di un velo individuale o collettivo. Regola 13.5.2: un giocatore o un gruppo di giocatori della squadra al servizio effettuano un velo se agitano le braccia, saltano o si muovono lateralmente, durante la esecuzione del servizio, o raggruppati per coprire la traiettoria della palla. Questa è l’unica sezione in cui compare nel regolamento la parola “velo”. D’altronde non si dovrebbe parlare nemmeno di uniforme, come più volte detto in tv, visto che alcune giocatrici della stessa squadra non indossavano questi accessori. Credo che tutti in quel momento abbiamo ripensato al dibattito sul velo islamico, innescato dai minacciosi ammonimenti dell'imam di Segrate all'onorevole Santanchè. Le egiziane, pioniere della pallavolo femminile in Africa, sono tesserate per due soli club del Cairo e non hanno vinto un set in cinque gare. Quell’abbigliamento, che nelle atlete può creare anche un calo dal punto di vista prestazionale, sta lì a rappresentare una scelta specifica fatta da una Federazione che in questo difficile momento è chiamata a dire la sua; essa deve confrontarsi con un paese dove a 25 anni le ragazze si sposano e abbandonano il volley: se i genitori consentono loro di praticare uno sport, la stessa cosa non accade quando entrano a far parte di una nuova famiglia. Il pudore nell'abbigliamento ricorda che il corpo di una donna musulmana non è oggetto di conversazione pubblica. Senza fare inutili e banali confronti con altri sport, pensare che il velo dunque sia totalmente fuori luogo ci fa perdere di vista l’idea precisa circa i conflitti culturali su cui anche il volley costringe a riflettere. Per stimolare ulteriormente la vostra riflessione concludo con la dichiarazione fatta dalla 21enne giocatrice egiziana Dina Youssef : «Nello sport diventiamo uguali. Abbiamo una sola regola, un solo campo, un solo gioco. Diventiamo più semplici, in pace».
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