È incredibile come la vita ci sorprenda sempre. Quando sembra che nulla possa turbare la monotonia dei nostri giorni, la routine della nostra esistenza, accadono cose che ci stravolgono, che cambiano il nostro modo di vivere, di guardare il presente e soprattutto il futuro. Credo mi sia capitato proprio questo quando, mesi fa, il Signore ha voluto farmi dono di una gioia immensa, quella di un incontro speciale che ti cambia la vita!
Un incontro che, per me, ha il volto di quindici persone, esseri umani come noi ma che per la nostra società sono poco più che nessuno, o meglio, sono individui da temere, tenere lontano, al massimo cercare di aiutare, relegando a pochi questo ingrato compito, perché è giusto così, perché siamo buoni e ci sono “anche” loro. Si tratta dei pazienti psichiatrici, i cosiddetti “pazzi”, alcuni dei quali ho avuto modo di conoscere quest’anno durante la mia esperienza di tirocinio al Centro Diurno “Anthropos” di Giovinazzo. È innegabile, del resto, che la diversità, in ogni sua forma, fa paura e anch’io lo ammetto, senza ipocrisia, all’inizio ho avuto paura! Le dicerie, i pregiudizi e i luoghi comuni, infatti, si sprecano sull’argomento ed è difficile, quasi impossibile, non lasciarsi condizionare da essi neanche per chi, come me, vorrebbe fare della sua vita un servizio per gli altri, per i più bisognosi.
Tuttavia, da quando il mio sguardo ha incrociato quello di queste persone “diverse”, ho capito che tutti questi pregiudizi e luoghi comuni non hanno alcun fondamento e che anzi ci precludono la possibilità di fare un incontro straordinario, quello con un mondo che, a dispetto delle apparenze, è forse più “normale” del nostro. Certo l’impatto iniziale è sconvolgente, a dir poco destabilizzante, perché queste persone ti spiazzano, mandano all’aria i tuoi schemi, le tue riposanti certezze e questo fa paura, tanta paura. Da sempre l’uomo ha proclamato e rivendicato a gran voce la sua libertà, una libertà che sono convinta essere mera illusione perché noi, esseri normali, siamo in realtà ingabbiati, senza rendercene conto, in mille schemi e regole, schiavi di una presunta norma, chiamata “normalità”.
Loro, invece, i diversi, gli “anormali”, non sanno cosa siano schemi e regole e per questo sono veramente liberi: di saltarti addosso e baciarti pur conoscendoti da soli cinque minuti, di guardarti negli occhi e dire la verità senza mezzi termini o giri di parole, di regalarti un sorriso sincero e disinteressato come forse solo i bambini ormai sanno fare. Ed è più che comprensibile che di fronte a tanta trasparenza, genuinità e “follia” ci sentiamo sbigottiti, a tratti impauriti, incapaci di qualsiasi gesto o parola che non sia anch’essa prigioniera della nostra banale normalità.
Se, invece, riuscissimo a superare questa fase iniziale di smarrimento e ad avvicinarci a loro con cuore libero scopriremmo, guardando i loro occhi e stringendo le loro mani, che non abbiamo di fronte persone diverse, da temere, ma persone “speciali” a cui non dobbiamo insegnare nulla ma che, invece, tanto possono insegnarci e dare! Credo che se provassimo a vedere l’altro, chiunque esso sia, non come un estraneo, un ostacolo o pericolo, ma un’estensione preziosa del nostro Sé, un fratello speciale, come ci ha insegnato per primo Gesù Cristo, la nostra vita sarebbe più ricca, completa perché con l’altro potremmo superare i limiti della nostra miseria umana e assaporare quel senso di pienezza e grandezza che ci avvicina a Dio!
Io, nel mio piccolo, credo di averlo provato, grazie a loro, e per questo ora posso dirvi, anzi gridare a gran voce, come Ligabue: “Niente Paura! L’altro è un dono speciale, mi han detto così!”.










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