C’è un filo giallo che attraversa l’Italia. Agli avvenimenti di Rosarno sono succeduti quelli di via Padova a Milano a metà febbraio. E poi, il primo marzo abbiamo assistito al primo sciopero dei migranti del nostro Paese, con manifestazioni un po’ ovunque sul territorio nazionale.
“24 ore senza di noi. Stop al razzismo” è stato lo slogan della giornata. Il nostro è un Paese multietnico e questa affermazione magari risulterà scontata per alcuni ed opinabile per altri. Non c’è da rassegnarsi, o da trovare chissà quale rimedio…e lo sciopero dei migranti ha dimostrato proprio questo. I migranti in Italia sono centinaia di migliaia, forse milioni tra regolari e non, ed alcuni di essi sono qui da generazioni. Sono così ben radicati nella nostra economia che fortunatamente in molti hanno un lavoro regolare, pagano le tasse, godono della nostra stessa educazione.
Se fossimo a Parigi, una delle città più multietniche del mondo, discorsi come questo sarebbero lontani anni luce da qualunque ragionamento. L’esclusione di alcune liste dalla competizione elettorale ha sfortunatamente fatto passare in secondo piano la manifestazione del primo marzo, ma questo non ha impedito a decine di migliaia di italiani (diamo un taglio alle discriminazioni) di manifestare e di gioire. Si, perché quella del primo marzo è stata soprattutto una festa. Le città italiane si sono colorate di giallo, il colore scelto per la protesta, ed i partecipanti hanno cantato, ballato e lanciato palloncini, tutti rigorosamente gialli.
Cinesi, filippini, rumeni, nigeriani…tutti insieme per dimostrare che l’economia senza il loro contributo si blocca. Molto spesso, quasi sempre, svolgono mansioni che sono state “appaltate” ad intere etnie. Penso alla mia città, Giovinazzo, popolata di badanti bulgare e polacche. Io ho intravisto in questa forma di protesta un segnale di speranza, nei nostri confronti. Saremo uomini nuovi soltanto se riusciremo ad accogliere i nostri fratelli più deboli servendoci del comandamento dell’amore.










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