Ore 8:00: con gli occhi ancora gonfi di sonno e lo zaino sulle spalle scendo le scale in fretta, pronta per una nuova giornata universitaria. Il portone si chiude alle mie spalle: è una tipica giornata autunnale, dal cielo grigio che annuncia un acquazzone in arrivo.
Ore 13:30: mentre torno a casa, attraverso il viale alberato, con il piacevole odore delle foglie bagnate e la quotidiana sigla del telegiornale. Cerco le chiavi nello zaino: lui è di nuovo lì, sul ciglio della porta, ad osservare scrupolosamente i bambini chiassosi che escono da scuola, le mamme frettolose che ultimano gli acquisti e gli automobilisti nervosi nell’ora di punta. Salendo le scale, ripenso al caos che ogni giorno c’è nella mia strada e al suo silenzio costante..alla sua solitudine. Il piatto è già pronto fumante sulla tavola: accanto a me c’è abbastanza spazio per un uomo e per i suoi ricordi ormai lontani. Mia madre mi sollecita a mangiare: il piatto diventa freddo!
Ore 17:30: la pausa dallo studio pomeridiano è categorica. Sollevo la tenda: il sole sta tramontando e i lampioni delle strade sono già accesi. La sagoma appoggiata alla porta è ancora lì: saluta i passanti suoi coetanei. Vorrei scendere per strada, avvicinarmi e chiedergli di mangiare insieme un pezzo di dolce, che mia madre ha appena sfornato. Vorrei ascoltare così la sua storia, sfogliando un album fotografico ingiallito, e conoscere l’anziano sconosciuto. Poi guardo il computer: lo studio mi aspetta. Posso sempre farlo più tardi.
Ore 21:30: sono pronta per la mia passeggiata serale. Le sue persiane sono già serrate: una luce fioca proviene dall’interno. Sebbene io sia ancora desta, il coraggio per bussare alla sua porta dorme già e nuovamente cerco di scacciare via il magone alla stomaco, assuefatta dalla mia inerzia e indifferente della sua solitudine. Domani mattina incrocerò il suo sguardo e sarò cortese come sempre nel ricambiare il sorriso di uno “sconosciuto”.









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