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Home Società La via per il Regno dei Cieli
La via per il Regno dei Cieli
Scritto da carmela zaza   
Martedì 27 Aprile 2010 22:18
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I miei ultimi spostamenti quotidiani sono stati accompagnati da “La Via Lattea”, termine con cui intendo riferirmi non (solo!) al cielo stellato, ma ad un libro del 2008 scritto a quattro mani dal matematico ateo Piergiorgio Odifreddi e dall’autore radiofonico e televisivo cattolico Sergio Valzania durante il loro viaggio verso Santiago de Compostela. Per un mese essi hanno percorso le tappe del Cammino per antonomasia disquisendo su filosofia, scienza, religione, fede, spiritualità, politica, cultura, alternando le spiegazioni razionali del primo con le riflessioni dettate dalla fede del secondo. Tra le varie discussioni dei due compagni, mi è rimasta impressa quella riguardante l’affermazione secondo la quale, in un pellegrinaggio, la salita sia più ‘spirituale’ della discesa. Odifreddi ricordava infatti come i più importanti luoghi di spiritualità sono quelli in altura, dal monte Sinai ai monti dell’Himalaya nelle cui grotte vivono i santoni e Valzania sosteneva che in salita la riflessione e quindi la concentrazione fossero favorite dal fatto che si parlasse meno. Odifreddi diceva che ciò è causato dalla carenza di ossigeno che è una delle cause principali dell’esperienza spirituale e avallava questa idea spiegando che le meditazioni degli orientali non sono altro che esercizi di respirazione che servono a provocare artificialmente quello che la salita provoca in maniera naturale. In ciò, i due erano d’accordo.

Mi permetto invece di non condividere completamente questo pensiero. Infatti, nella seppur breve mia esperienza in montagna, ho sperimentato delle discese ben più faticose delle salite durante le quali ho vissuto momenti di intensa concentrazione e preghiera; un incontro con il Signore nella difficoltà del cammino, nella scelta del posto in cui posare il piede d’appoggio, nel sentire lo sforzo dei muscoli farsi tutt’uno con il resto del corpo e della mente, nel sentire il sangue che scorre nelle vene, nel sentire il battito del cuore anche nella testa, nel sentire la vita dentro di sé, nel sentirsi finalmente vivi quindi e voler aggrapparsi alla propria anima che in quel momento viene percepita come qualcosa di fisico e quasi tangibile.

Penso poi alle discese figurate, ad esempio a Dante Alighieri che nella Divina Commedia prima scende all’Inferno e poi risale verso il Paradiso, rendendo la discesa qualcosa di necessario e dal quale non si può prescindere se si vuole incontrare il Signore. Discesa, quindi, intesa come un rendersi conto delle proprio difficoltà e bassezze per cercare poi di liberarsene e poter salire verso la Divinità con più leggerezza. Oddifreddi stesso, l’impenitente e impertinente matematico, durante la salita più faticosa del Cammino (quella del monte Cebreiro) ammette di aver vissuto un’emozione fortissima, una sensazione di appartenenza al tutto che lo ha messo in comunione con l’intera Natura che per lui è Dio.

Ma, alla fine, credo che si incontri il Signore in tanti modi, in salita come in discesa o in pianura e che molto dipenda da come ci si dispone nell’affrontare il viaggio della vita. E credo anche che si possa incontrare il Signore anche stando fermi, quando non si sa più come muoversi e dove andare perché si è smarrita la strada. Perché sono di più le volte in cui Dio si avvicina a noi a bassissima quota che quelle in cui riusciamo ad andargli incontro a qualche metro sopra il livello del mare.

Ultimo aggiornamento Sabato 29 Maggio 2010 11:13
 

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