Dal 6 aprile scorso ogni momento della mia giornata mi riporta in Abruzzo, alle macerie, alle vittime, ai sopravvissuti. La mattina, mentre apro i libri per iniziare un’ennesima giornata di studio, il mio pensiero vola agli studenti che hanno perso la vita durante il crollo.
Penso a quante volte anche loro hanno ripetuto il mio stesso gesto meccanico, in vista di un’imminente esame e con il cuore pieno di ambizioni e di speranza. La sera, a letto, cerco di ripercorrere i loro sogni, rimasti sospesi in una notte senza alba. Di tutte le immagini che hanno trasmesso dalle macerie della Casa degli studenti, mi è rimasta impressa quella di una chitarra ricoperta di polvere: la musica è il simbolo della vivacità giovanile. Chissà quante volte colui o colei l’avrà presa tra le mani per passare una serata in armonia, una serata diversa, come piace definirla a noi ragazzi! Il mio cuore si è riempito di tristezza e, al tempo stesso, di rabbia.
Come è potuto succedere? Quale progetto divino ha voluto ciò? Mi rivolgo così a Colui che dall’alto ci osserva, aspettando una risposta nel silenzio della mia stanza. Poi accendo la tv e mi passano davanti agli occhi i volti dei tanti volontari, che, combattendo la paura e armandosi di senso del dovere, hanno raggiunto le città fantasma abruzzesi per offrire tutto quello che di più prezioso avevano: la solidarietà. Volontari per i feriti, per gli anziani soli, per i bambini, per le famiglie che hanno perso tutto. Quello che più mi ha colpita è stato l’interesse e il coinvolgimento di tutti i miei coetanei. Ognuno di loro ha donato qualcosa: le proprie mani, il proprio sudore, una preghiera, un momento della giornata. Seppure molti di loro sono a noi sconosciuti, le storie di coloro che hanno perso i propri cari, e soprattutto la perdita di tante giovani menti, hanno smosso qualcosa nelle nostre coscienze, hanno toccato un nervo scoperto, hanno risvegliato i nostri valori di umanità cristiana.
In un attimo, tutto risulta chiaro: nelle mani stanche dei volontari, nei loro occhi assonnati, nella loro costante presenza, nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere, si cela il Suo intervento, il Suo affetto e calore, la Sua promessa di non abbandono. È questa la Sua risposta alle mie domande, alle nostre insicurezze, alle nostre paure. Mi vengono in mente le parole di un mito che mi hanno raccontato: “Ho sognato che camminavo sulla riva del mare assieme a Dio e ho rivisto, uno dopo l’altro, tutti i giorni della mia vita. Durante il percorso, c’erano sulla sabbia quattro orme: le mie e le Sue... ma in certi punti, proprio quando avevo più bisogno di Lui, ho visto due sole orme. Allora, ho detto “io Ti ho sempre amato e Tu mi avevi promesso che, non mi avresti mai abbandonato, perché proprio in quei momenti difficili, mi hai lasciato solo?...”Dio mi ha risposto:”non ti ho mai abbandonato. In quei giorni in cui hai visto sulla sabbia due sole orme, ti ho preso in braccio”... La speranza è la chiave di violino di questo pentagramma; la solidarietà è il diapason per accordare le corde delle chitarre del futuro nella melodia della rinascita.








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