Ansa - Teheran, 5 Maggio - Un uomo e' stato messo a morte in Iran con il supplizio della lapidazione perchè riconosciuto colpevole di adulterio. Mentre nel nostro amato Paese in quei giorni si parlava di gossip politico, di politica interna e di politica europea, la magistratura della Repubblica Islamica dell’Iran, nonostante in quel paese ci siano state di recente raccomandazioni ufficiali (e non leggi) che lo vietino, ha messo a morte un uomo colpevole di avere una relazione extramatrimoniale. La sharia, la legge islamica, prevede che dopo la lapidazione il condannato venga avvolto in un sudario bianco e seppellito fino alla vita, se si tratta di un uomo, e fino al petto, se si tratta di una donna. La sepoltura avviene a prescindere dallo stato di salute del lapidato, per permettere un ultimo “tentativo di fuga”. Questa notizia, che ha naturalmente sconvolto la comunità internazionale, non può non pensare alla famosa espressione del Cristo “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra” (Giovanni, 8,7).
Non siamo qui per giudicare, né tantomeno per scrivere un saggio sull’argomento. Vogliamo solo cercare di comprendere la necessità di gesti come questo. Si tratta di gesti simbolici, attraverso i quali si cerca di spaventare la popolazione, che nel caso della lapidazione è direttamente coinvolta, fungendo da deterrente per la reiterazione del reato. La pena di morte, derivata dalla legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente), non offre scampo al tentativo di rieducazione che tende al reinserimento sociale di chiunque commetta un reato. Lo stesso vale tuttavia anche per noi, che quotidianamente vestiamo i panni di giudici e magistrati, nel tentativo di condannare qualcuno per un torto subito. Spesso ci capita di “lapidare”, di “insultare pubblicamente” e per questo non possiamo definirci civili visto che i nostri attacchi non avvengono con pietre ma con parole. Non possiamo sentirci liberi, solo perché le nostre leggi sono leggermente più democratiche…






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