“Sono una studentessa e come tale sono sempre molto arrabbiata”; celebre frase di Gioele Dix leggermente modificata per parlare di una dilagante situazione che si è propagata per tutto il nostro paese in queste ultime settimane. Il merito è da attribuire alla ministra Gelmini che è riuscita a scatenare il moto di un’onda anomala di studenti che, risvegliati dal torpore di scioperi insensati, hanno finalmente l’occasione di riscattare la loro fama di fannulloni, che studiano perché devono, e dimostrare che sanno lottare non solo per un voto più alto, ma anche per un’ideale e per una convinzione.
Studiare è un diritto che tutti devono avere la possibilità di esercitare ed è per questo che milioni di alunni sono scesi in piazza a protestare. Ma non sono più gli scioperi per la morte dei puffi o per il “sabato fascista” nei quali i ragazzi restano a casa a dormire o vanno a sedersi al bar o alla villetta più vicina, anzi, sono scioperi responsabili in cui si partecipa a cortei, si resta in piazza a seguire lezioni, ad ascoltare discorsi di professori, alunni e precari che si ribellano ai tagli enormi effettuati alla rete scolastica che non è una spesa inutile, ma piuttosto un investimento per la nazione.
Il decreto in atto, invece, agli occhi di molti pone assurde restrizioni quando dovrebbe mirare ad innalzare la qualità dell’insegnamento e delle condizioni di apprendimento, non tagliare dove si può, ignorando le ripercussioni sull’avvenire di milioni di giovani. Questa non è una lotta tra partiti ma un coro di voci contro l’ignoranza e nasce dalla consapevolezza che la cultura rende l’uomo critico, che la critica rende liberi e il giovane deve poter essere libero di conoscere, studiare, sognare, ma soprattutto di esprimere la propria opinione e deve essere ascoltato, perché, in fondo, la posta in gioco è il suo futuro.








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