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Esaurita la carica gossippara e distolti gli obiettivi dagli scandali di Lele Mora e dagli scatti di Fabrizio Corona, gli organi di stampa fotografano in questi giorni un Paese quasi sconosciuto. L’Italia delle morti bianche e degli incidenti sul lavoro. Morti bianche come la neve che si scioglie sotto i primi raggi del sole; basterà un nuovo scandalo rosa, un altro politico fotografato in situazioni imbarazzanti a far sciogliere il clamore che i dati INAIL a proposito di incidenti sul lavoro stanno sollevando.
È il sintomo di un disagio di cui oggi è vittima la nostra società che pare concentrarsi sull’effimero, sulle frivolezze della vita mondana come se ci si debba vergognare di lavorare, di essere sfruttati e di morire per il lavoro. Un milione di infortuni solo nel 2006, trentamila invalidi permanenti, milletrecento morti. Ne avete sentito parlare? Avete mai visto una bandiera tricolore per un muratore caduto da un’impalcatura, per un operaio tranciato da una macchina, per un contadino cotto dal sole e schiacciato da un trattore? Avete mai assistito ad un funerale di Stato con tanto di parata di uomini politici per una vittima dell’incremento del PIL? I dati parlano da soli: in Italia si continua a morire sul lavoro come avveniva cinquant'anni fa. Segno che il progresso scientifico e tecnologico troppo spesso non ha trovato valido riscontro in adeguate misure di prevenzione e tutela nei luoghi di lavoro. In una intervista dello scorso dicembre Mons. Paglia, vescovo di Terni, fa notare come “il lavoro che dovrebbe essere il luogo della manifestazione della dignità dell’uomo, addirittura compartecipe dell’atto creativo per chi crede, e fonte del suo sostentamento, diviene invece luogo di morte e di dolore”. Non è necessario alla causa del lavoratore parlare solo di morte sul lavoro, quanto parlare del lavoro che vuol dire parlare della vita, di come impostare la vita e quindi di come essere felici. Sia nella dimensione personale, sia anche nella sua dimensione sociale, perché non è più possibile pensare al lavoro, senza considerare la famiglia, la società, il proprio paese. Per questo motivo non servono funerali di Stato o tricolori su casse da morto, ma c’è bisogno di un sussulto morale, di creare forme di sicurezza che evitino la morte sul lavoro, di sostenere una cultura nuova della vita e della sicurezza, una nuova sensibilita' verso il mondo del lavoro nel suo complesso, nessun ambito escluso.
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