"I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi. Viva la libertà! - gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
- Dov'è il Buon Dio? Dov'è? - domandò qualcuno dietro di me. A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte. Silenzio assoluto. All'orizzonte il sole tramontava.
- Scopritevi! - urlò il capo del campo. La sua voce era rauca.Quanto a noi, noi piangevamo.
- Copritevi!
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendulosa, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente, il bambino viveva ancora...
Più di mezz'ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
- Dov'è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
- Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca..."
Questo racconto è stato scritto da Ella Wiesel, una testimone diretta della tortura di Auschwitz. Chissà quanti di noi si sono chiesti almeno una volta nella vita dove fosse finito Dio mentre l'uomo consumava simili stragi. Qualcuno forse avrà davvero creduto a Nietzsche che ne "La Gaia Scienza" aveva annunciato la morte di Dio.
Il racconto, seppur commovente, di primo acchito non dà una risposta al nostro interrogativo. Dio sembra che stia tramontando, proprio come quel sole all'orizzonte. L'uomo sembra aver esautorato completamente la divinità; ormai è diventato egli stesso Dio e occupa il piedistallo dal quale può gridare con la sua voce "rauca", ma...è negli occhi di quel bimbo che c'è il vero Dio.
Il fanciullo infatti non pronuncia alcuna parola, proprio come Cristo sulla croce, sta in silenzio, nella sua innocenza. Non rivendica la sua umanità come i due uomini, ma riconosce la sua impotenza , la sua divina impotenza.
Ad Auschwitz, Dio ha sperimentato la morte. La dimensione della morte diventa il punto di massima vicinanza tra uomo e Dio.
La divinità rivela quella che è la sua impotenza nei confronti del male prodotto dagli uomini. Il nostro Dio non reagisce al male, ma soffre, resiste. La sua onnipotenza, concetto ereditato dalla tradizione filosofica, diventa potenza resistiva, potenza da contrapporre al male. Auschwitz e tutti gli altri scempi ci descrivono un Dio più vicino, più intriso di umanità, un Dio che qualche filosofo ha definito diveniente, vale a dire inglobato, “mischiato” in ciò che egli stesso ha creato. Per l'ennesima volta la palla è lanciata a noi, alla nostra responsabilità, al nostro orgoglio di Uomini.
In una bella canzone dei Nomadi si dice che "Dio risorge, in quello che noi vogliamo...in quello che noi facciamo"; la resurrezione, dunque, non è un messaggio antico, ma una verità del nostro cuore, personale, oserei dire una forza a cui ciascuno di noi dovrebbe attingere.











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