Quando, la sera del 4 agosto, sono riuscita a sistemare i miei pesanti bagagli sul traghetto per l’Albania, mi sono seduta per terra, stremata, e mi sono venute in mente esattamente queste parole:“Ma chi me lo fa fare??”. Il viaggio che aspettavo da un anno e che avevo atteso con tanta trepidazione non era nemmeno cominciato e già quasi avrei voluto tornare a casa.
Ero lì, tra valigie enormi, tra persone quasi sconosciute e mi aspettavano 16 giorni di Albania da scoprire, sicuramente diversi da come li avevo immaginati nei mesi precedenti, con i miei amici che mi avrebbero raggiunto la settimana successiva. L’avevo presa comunque come una sfida, un modo per mettere alla prova il mio carattere un po’ introverso e cercare di vivere quei giorni “da sola” nel modo migliore possibile.
Se ripenso adesso a quella sera sul traghetto, posso dire che “Chi me lo ha fatto fare” sapeva benissimo cosa stava per fare e che, ancora una volta, avevo dimostrato la mia poca fiducia nel Signore. Sono stati giorni indimenticabili durante i quali quegli sconosciuti dei miei primi compagni di viaggio sono diventati miei amici, in cui ho rivisto un’Albania in corsa (non sempre nel modo migliore) verso l’occidente, in cui ho rivisto le amate montagne di Dukagjin, i ragazzi di quei villaggi più grandi di un anno, in cui ho respirato l’aria dei pascoli raggiunti dopo 5 ore di salita faticosissima, in cui ho potuto riascoltare la voce di padre Antonio Imperato e rivedere il suo sorriso.
Sono stati giorni in cui ho compreso un po’ meglio la vita di quella gente che oramai mi è entrata nel cuore: famiglie intere che lavorano per il proprio sostentamento, bambini di otto anni con muscoli da uomo, ragazzine sveglie dall’alba per raccogliere il granturco o per portare le capre al pascolo o raccogliere erbe medicinali da vendere o per aiutare in casa. Potrei anche parlare delle case famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII che abbiamo avuto l’opportunità di visitare e conoscere meglio, delle esperienze avventurose vissute tra la gente e nella natura selvaggia del posto o, ancora, dei sorrisi dei bambini e del loro non smettere mai di voltarsi e di fare ciao con la mano quando è l’ultimo giorno che ci vediamo. Ma lo spazio non basterebbe. Voglio allora finire con il ricordo di Gjin, un ragazzo diciottenne che abbiamo conosciuto l’anno scorso e che anche quest’anno è venuto a trovarci a Breg Lumi. Lui ha imparato lo spagnolo attraverso la tv, come molti ragazzi del suo villaggio. Al termine della mattinata trascorsa insieme, ci ha salutati con queste parole:”Dios los bendiga!”.
Ebbene no, caro Gjin. Sono io che benedico il Signore per te e per tutto quello che mi ha donato nell’agosto appena trascorso e Gli chiedo scusa se spesso non so affidarmi a Lui e al prossimo con generosità. Porto a casa tante cose da questo viaggio: una tra tutte è la certezza della mia pochezza di fronte a Dio e agli uomini.







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