Quando intraprendi un'esperienza di volontariato per la prima volta, ti senti abbastanza carico da pensare, anche in maniera presuntuosa, di poter andare lì ed essere almeno in piccola parte necessario alla loro vita. Partendo per al seconda volta, invece, diventi decisamente più critico con te stesso;
ormai hai perso l'entusiasmo della prima volta, che non ti fa pensare, ma ti incoraggia ad agire e nient'altro, e che ti accompagna dal momento in cui sali su quell'aereo a quello in cui devi abbandonare la terra rossa africana per non sai quanto tempo; e cominci a porti delle domande che spero siano lecite…ti chiedi se la tua presenza lì per un mese possa cambiare qualcosa, possa essere utile alla loro esistenza. Spesso ho avuto delle titubanze, a volte ho anche temuto nel dare la risposta, perché ho capito che non sarebbe stata ovvia, sebbene per ben due volte ho accettato di vivere l'Africa, in particolare lo Zambia. Ma non posso nascondervi che quando si è lì tutte le certezze con cui si parte – sempre se ci sono – cadono, come cade un castello di mattoncini quando viene rimosso quello sbagliato.
Il mattoncino sbagliato potrebbe essere quell'ospedale sporco, carente del necessario per eseguire una semplice medicazione ad un bambino ferito o ustionato, privo degli utensili per mettere alla luce un bimbo, mancante dell'igiene sufficiente per garantire a quell'uomo operato di non avere ulteriori complicazioni, in cui l'unica cosa a cui pensi entrando è : “Ma a cosa posso mai servire qui dentro”? Il mattoncino sbagliato potrebbe essere la bambina morta dopo una sola settimana di vita, perché la madre si è affidata alle “mani” di uno stregone per curare i suoi gravi problemi respiratori avuti alla nascita. Il mattoncino sbagliato potrebbe essere la dimora di un giovane di 23 anni e del suo amico di 21 che fa il panettiere e paga 150.000 K (70 €), la metà del proprio stipendio, per due sole stanze, senza bagno, con il minimo indispensabile per condurre una vita non proprio dignitosa.
Poi, dalla bocca di chi non te lo saresti mai aspettato, di chi lotta ogni giorno tra la vita e la morte ecco la risposta alla mia domanda, che tradotta dall'inglese all'italiano è: “La vostra presenza qui è segno dell'esistenza di Dio”. Èsegno di un Dio che non li abbandona, che lotta quotidianamente con loro, che dà conforto, coraggio per vivere anche solo un giorno in più. Con questo non voglio asserire che il nostro operato in Zambia sia stato sola presenza, abbiamo anche lasciato dei segni concreti, sicuramente piccoli per una terra così grande, del nostro passaggio. Il volontariato non è solo un sorriso, non è solo una mano tesa, perché per cambiare l'Africa ci vuole molto più di questo. Ma sono convinta che qualunque nostro gesto, per quanto piccolo possa essere, ovunque venga compiuto ha sempre uno scopo, anche se talvolta può risultare troppo nascosto per essere visibile ai nostri occhi.











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