Si tratta della storia di una donna, Gemma, accecata da quella menomazione che le impedisce di donare vita alla vita. Una disperazione che la spinge ad affrontare la parte più buia del proprio essere, dove si dimenticano i principi, si ha meno paura, ci si prende ciò che si vuole senza troppi scrupoli. Il tutto ha come sfondo una guerra che noi, bambini di quegli anni, guardavamo in tv disorientati, una guerra che, come la scrittrice stessa ha affermato mentre riceveva il premio Campiello, solo qualche giorno fa, entrava subdola nelle nostre case con le immagini ordinate dei morti, uomini e donne magari in fila per il pane e trucidati in Nome
di un odio arcaico, di etnie che si sono combattute, di fratelli che si sono uccisi per dividersi la stessa terra.
L’assedio di Sarajevo è descritto dalla Mazzantini con toni vividi, sembra di poterle toccare quelle case sventrate dall’ultima granata; sembra di sentirla, mentre si leva da quelle pagine, la disperazione della madre che ha perso il figlio, di una bambina che ha perso le gambe. Una guerra che ha lasciato dietro di se duecentocinquantamila morti, un conflitto così vicino e altrettanto lontano dal nostro occidente di pace gretta, che ha guardato la normalità dissolversi e lasciare spazio all’odio, a violenze che sembravano ormai ricordi di un passato lontano e che invece si sono ripetute.
Il ventre sterile di Gemma diventa metafora del ventre dilaniato della città, martoriata dalle bombe, in cui cova odio e distruzione, un male che diventa banale e si concretizza nell’atto meccanico del cecchino che punta la nuca del bambino che gioca sulla neve. Non una persona, non una vita con sogni e progetti, ma un bersaglio su cui sparare. Un numero. Ma oltre la morte e la distruzione, ecco la vita che non molla, una nascita, figlia di quell’odio, ridarà speranza alla protagonista, offrendole una ragione per continuare a vivere dopo l’orrore.
Per una notte, il primo vagito di un bambino sarà più forte del tonfo sordo delle granate. Un bambino verrà al mondo tra quelle macerie, proprio mentre a Sarajevo esplode l’inferno, come un fiore sull’asfalto, a ricordare che la vita sa essere più testarda della morte. Un romanzo che umilmente vuole ridare dignità alle persone colpite da una guerra crudele che tutti abbiamo il dovere di ricordare. Perché il male non è così lontano dalle nostre esistenze dorate. Un romanzo che premia la vita sempre e comunque, che esorta a credere nei figli. A loro appartiene la speranza, quella speranza che spesso i genitori hanno perso.









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