"Mattia pensò che non c’era niente di bello nell’avere la sua testa. Che l’avrebbe volentieri svitata e sostituita con un’altra, o anche con una scatola di biscotti, purché vuota e leggera. Aprì la bocca per rispondere che sentirsi speciali è la peggiore delle gabbie che uno possa costruirsi, ma poi non disse nulla."
Confesso che anche io, in alcuni momenti della mia vita, ho avuto questi stessi pensieri di Mattia, protagonista, assieme ad Alice, de La solitudine dei numeri primi, l’opera prima di Paolo Giordano (solo 26 anni!), vincitore del premio Strega di quest’anno. Anche io infatti, spesso mi sono sentita speciale, in modo orgoglioso e fiero, presuntuosamente diversa dagli altri per le mie idee, per i miei sentimenti, per le mie scelte; anche io mi sono sentita poi sola e impaurita nel vuoto creato attorno a me da questa presunta diversità.
Così, attraverso le vicende di Mattia e Alice e della gente che popola le loro esistenze, sono state toccate le corde più sensibili e nascoste degli animi dei lettori che forse, come me, si sono sentiti coinvolti da queste storie, vicini ai protagonisti per quella solitudine che ci avvolge quando non riusciamo a comunicare con l’altro, a raccontarci, a stabilire un contatto, ad andare oltre la superficie. È un libro fatto di parole non dette, sentimenti incompresi, paure, dolore, pensieri incompleti e silenzi, raccontati con pathos e semplicità: è un libro che ti rapisce perché in fondo parla di noi, che ci sentiamo speciali e un po’ in gabbia come Mattia.
È un libro che mi è piaciuto molto e mi ha catturata fin dalle prime pagine. Ma è un libro che mi ha colpito soprattutto per la completa e assoluta mancanza di Dio, in realtà l’unico in grado di riempire i vuoti, di colmare le distanze, di far toccare tra loro anche quei numeri primi gemelli che Mattia ama molto per la loro particolare inafferrabile vicinanza; l’unico capace di insinuarsi tra le pieghe dei nostri pensieri e di farsi carne per prenderci la mano e insegnarci a sentirci uomini, pienamente uomini, quando si mette a disposizione dell’altro la nostra “specialità”.
Nel gioco dei pensieri in cui Mattia ci paragona a dei numeri, mi piace pensare a Dio come al numero UNO, il primo dei numeri naturali, che tutti gli altri hanno in comune, per cui anche i numeri primi si possono dividere, che annulla le distanze, che non fa sentire solo o diverso nessuno bensì speciale come tutti gli altri creati a sua immagine e somiglianza.







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