Qualcuno ha mai provato ad immaginare tre mostri sacri della letteratura italiana (tipo Foscolo, Manzoni, Leopardi…) riuniti il mercoledì sera in una bella villa seicentesca a discutere di poesia, mangiare bistecche, trangugiare buon vino e magari attivare i neuroni per risolvere qualche intricato delitto che, a torto o a ragione, li vede paradossalmente coinvolti? Forse questa visione nazional popolare, domestica e pantofolaia ce la risparmiamo per non infrangere un tabù, per non declassare il Grande Autore al rango di uomo comune, di inquilino della porta accanto.
Probabilmente sarebbe una pretesa ardita realizzare una simile attività di fantasioso spionaggio verso le abitudini quotidiane di uomini illustri (conferendogli peraltro doti di intelligenza pratica ed acume investigativo non documentate) ma qualcuno l’ha fatto ed i risultati editoriali che ne sono seguiti risultano eccellenti. Il merito è di Matthew Pearl, trentenne plurilaureato (in Lettere ad Harvard ed in Legge a Yale) il quale, attingendo al suo indiscutibile bagaglio culturale, ha proposto sulla bancarella della lettura mondiale un thriller a sfondo storico e dai personaggi di lusso in grado di far arricciare il naso anche al lavoro tritaincassi del buon Dan Brown. Pearl sceglie la Boston del 1865 per ambientare il suo lavoro e come protagonisti decide di “riesumare” tre grandi poeti della giovanissima letteratura nazionale e l’editore che diede alle stampe i loro capolavori: il professor Longfellow, il poeta Lowell, il medico poeta Holmes, il reverendo Green e l’editore Fields.
Lo sfondo storico, interessante e presente nell’opera ma mai asfissiante, è rappresentato da una giovane America alle prese con i tanti problemi sociali al termine della guerra civile; un’America che, lungi dall’essere patria delle libertà, guarda con freddezza all’immigrazione europea ed alla letteratura europea stessa. In questo contesto grigio e protestante Boston è improvvisamente insanguinata da una serie di turpi delitti, apparentemente inspiegabili. Saranno proprio i cinque intellettuali a riconoscere la mano di Dante (o chi per lui) nella tecnica degli omicidi. A rischio della loro stessa vita i membri del Circolo Dante (cui in vita hanno realmente partecipato Longfellow, Lowell, Holmes, Green e Fields) si lanceranno alla scoperta dell’omicida non prima di aver accelerato i loro tempi di traduzione della prima cantica della Divina Commedia. È l’inferno dantesco infatti a suggerire all’omicida gli strazi da infliggere alle sue vittime.
Un libro ben fatto e premiato da pubblico e critica, sicuramente da consigliare agli studenti delle scuole superiori, didattico quasi per i suoi molteplici e documentati riferimenti all’opera dantesca; un modo come un altro per approfondire con leggerezza i temi di studio proposti a lezione; il lessico è semplice e l’impianto narrativo ben architettato. Unici difetti: l’intreccio, alle volte un po’ ardito nei collegamenti ed il finale, per alcuni scontato per altri sorprendente… ma anche Dante li avrebbe considerati “peccati veniali”.











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