“Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da agenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all'umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello di Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d'oro
e l'albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l'assenzio
di una sopravvivenza negata”
[Da
La sera del primo Novembre L’Italia davanti al tg delle venti apprende la notizia: in una clinica oncologica di Milano, Alda Merini e i suoi 78 anni vissuti tra luce ed ombra, verità e follia, arte e dolore, si spengono. È morta la poetessa dell’altra verità, come è stata spesso definita dalla critica letteraria. Una voce decisamente fuori dal coro, vate della follia, conoscitrice inconsapevolmente lucida degli angoli più bui della mente umana.
Ha cantato il suo dolore e il dolore di ognuno, di chi perde la propria dignità di uomo, dell’emarginato, del diverso, di chi cerca un porto alla propria sofferenza senza mai trovarlo. Una vita, la sua, caratterizzata da due matrimoni, dalla nascita di quattro figli, dall’amore per la famiglia, dal talento precoce per la poesia, dal profondo legame con Milano e i suoi Navigli. Ma soprattutto una vita che potremmo definire bianca e nera, dove l’ombra non ha mai lasciato spazio a una vera luce.
Lo spettro della follia vi si affaccia continuamente e
Impossibile nell'opera della Merini distinguere la realtà dall’ immaginazione, rintracciare la vita vissuta in quella sognata. Eppure siamo qui a rileggere le sue liriche, a sentircene parte, a capire che il dolore è la culla del bello, ogni sofferenza non è mai sterile, ma può diventare canale privilegiato per toccare la vita, accarezzare l’altro, trovare se stessi. Una parabola umana, quella della Merini, che lascia spazio a diverse riflessioni, non per ultima quella sulla condizione del paziente psichiatrico.
Se è vero che in Italia la legge Basaglia ha chiuso le porte dei manicomi come luoghi di mero contenimento fisico, teatro di terapie farmacologiche invasive spesso aberranti, di cui









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