Certo non ce la immaginiamo così la Russia. Gia, la Russia. Sui libri di Storia si sono dimenticati di scrivere l’ultimo capitolo (o forse non l’abbiamo letto, o forse non ce l’hanno fatto leggere) e per noi la Russia è ancora lì, ad occupare tre pagine di atlante geografico da sfogliare durante le sonnolente lezioni della scuola media. La Russia è ancora lì, tutta intera: il gigante con i piedi di argilla, la superpotenza senza un “dollaro” in tasca, la Russia targata URSS alle Olimpiadi degli anni ottanta, quella della guerra fredda, quella di Ivan Drago contro Roky Balboa prima ancora che degli Zar, di Lenin e di Zio Baffone… no, non è il ricordo commosso di un nostalgico, è l’amara constatazione di uno stato di ignoranza che ci lascia a bocca aperta e a pugni chiusi dinanzi all’ennesima tragedia.
La strage di Beslan ha squarciato il velo di sufficienza e di superficialità che la nostra informazione prime-time tutta lustrini e sottofondi musicali aveva da tempo steso sulla Russia, pardon, sull’ex Unione Sovietica. Cosa ne sappiamo, veramente, del terrorismo ceceno, cosa ne sappiamo della Cecenia stessa, o dell’Ossezia? Ci sarebbe piaciuto un collegamento satellitare con sfondo innevato e colbacchi in movimento, la guglia colorata di una chiesa ortodossa o una pungente stella a cinque punte in affitto su un campanile che un tempo conosceva solo la geometria consolante di una Croce; ed invece cos’è questa Beslan sfocata sui nostri televisori al plasma? Sembra l’Albania degli anni novanta; solo confusione attorno a quelle facce umili ma pulite, a quei genitori straziati ma con la dignità stampata su quel luccicare di pupille: la dignità di chi è abituato a lottare, per vivere.
L’Occidente chiassoso dovrebbe imparare: dovrebbe imparare come si piange in silenzio una strage nata dal silenzio, e dall’abbandono. Terrorismo separatista, ci hanno detto, con infiltrazioni islamiche; lì si, lì può succedere che il terrorismo separatista spari alle spalle di bambini; lì si, perché c’è solitudine, lì te l’aspetti. Non nella Spagna assolata e godereccia dei separatisti baschi, non nell’Irlanda idealista e bombarola dell’IRA, non nella Corsica miliardaria, non nell’Italia delle nuove BR; ma lì si, nell’Ossezia dimenticata.
Lì può succedere che un islam stravolto e farneticante attecchisca su chi non ha mai avuto nulla e nulla ha da perdere.
Lì può succedere che qualche donna dimentichi il suo istinto materno e, contro natura oserei dire, si imbottisca d’esplosivo per essere carnefice dei più indifesi.
Lì può succedere perché la miseria genera solo altra miseria, la debolezza sconfigge la forza, il sogno spazza via la realtà.
Lì si, può succedere, perché se la realtà è un incubo allora una morte “santa” può essere il più dolce dei sogni, da coltivare, da cullare, da realizzare; ed il terrorista si sente un privilegiato, un eletto, un eroe.
Non c’è comprensione, non ci sono scusanti per quel che è accaduto, ma forse c’è da chiedersi dove sta andando l’Uomo del nostro tempo? quando ha imboccato la via dell’autodistruzione? dov’è lo svincolo per la redenzione? Eppure questi terroristi si sentono dei martiri: non siano blasfemi, i martiri, di qualsiasi Dio, non uccidono i bambini.






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