I giornali del primo febbraio trasudavano monotonia. La scelta della prima pagina sembrava aver accomunato, in una notte di lavoro, le redazioni giornalistiche di mezza Italia. Il popolo dei pendolari, quello del quotidiano comprato di corsa al bar della stazione, sbatteva la faccia contro una notizia imperiosa, che gelava più del freddo siberiano. Ancora una volta la cronaca giudiziaria scivolava “per merito” dalla quarta alla prima pagina, a far bella mostra di se, a ricordare, per chi se ne fosse dimenticato, che esiste anch’essa (e gode di ottima salute), nel panorama della nostra civiltà.
I titolisti non si erano sforzati più di tanto nel tirar fuori dal cappello magico della loro creatività qualche bella frase ad effetto, la notizia parlava da sola, e come tale andava presentata, nuda e cruda: “Condannate le Bestie di Satana”. Avidamente gli articoli si lasciavano leggere quasi per inerzia, concedendo ad ognuno la sana soddisfazione del dire “giustizia è fatta”, salvo poi ripensare alla vicenda con l’amaro in bocca. Cosa aveva di sensazionale questa notizia? Cosa vantava di unico questa vicenda umana, omicida, processuale? Tutto. Il nord “padano”, la bella terra del varesotto, la terra dei “lumbard” duri e puri aveva partorito lo scempio, che sarebbe potuto accadere ovunque. Lo scempio dell’amicizia, lo scempio della vita, lo scempio dell’amore, lo scempio della mente, lo scempio dell’adolescenza e quello della musica. Un gruppo di amici (amici?) aveva messo in un unico calderone il rock, la droga, il nero, il satanismo, e ne aveva distillato una nitroglicerina purissima da autodistruzione. Lontani dal materno consiglio del maneggiare con cura i giovani protagonisti di questa terribile vicenda si erano spinti sull’orlo del baratro, ma fin lì le emozioni erano state poche, bisognava buttarcisi, nel baratro, per sentirsi davvero vivi. E così si sono ammazzati l’un l’altro, senza pietà, senza rimorsi, è agghiacciante dirlo: lucidamente. I quattro che sono rimasti (e che quasi si contendono la palma mediatica e processuale di leader, santone, plagiatore del gruppo) si sono divisi, da buoni amici quali erano, pene che vanno dai ventiquattro anni di reclusione all’ergastolo. Già.
Non serve fare i nomi di questi nostri coetanei, non serve fare i nomi dei morti, le cronache hanno già provveduto a sbattere il mostro in prima pagina. A noi interessa tratteggiare la vicenda, spenta, pesante e malinconica come un quadro di Munch. Non c’è traccia di luce in una vicenda simile; si avverte il peso asfissiante di un silenzio, di un segreto che è diventato tomba per tutti quei ragazzi che hanno solo dovuto scegliere che ruolo interpretare nella diabolica vicenda: vittima o carnefice. Dov’erano le famiglie? Dov’erano i genitori quando vedevano le camerette dei figli listate a lutto per moda? Dov’era la chiesa del nuovo millennio, tutta tesa ad intercettare i bisogni e le attese del disagio giovanile? Questo ed altro gli atti processuali non ce lo raccontano, perché le responsabilità sono di chi ha realizzato i crimini, ovviamente. Ma forse, una volta tanto, la rigorosa procedura penale avrebbe dovuto – fantasiosamente - consentire l’esistenza non di una Parte Civile bensì di una Parte In-Civile cui ascrivere la responsabilità morale (della collettività) di quanto è accaduto.
Il treno dei pendolari è giunto alla stazione di destinazione, si chiude il giornale e lo si ripone, si scende in fretta. Alla partenza c’era nebbia, chissà come sarà questa giornata.








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