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Home Euroscopio Muri fatti di paura
Muri fatti di paura
Scritto da gian paolo de pinto   
Domenica 29 Novembre 2009 16:29
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Lunedì 9 Novembre 2009 – Berlino

20 anni dopo, il ricordo. Memoria di un evento che ha cambiato il mondo, ha accelerato i processi politici ed economici in una misura mai pensata fino a quel momento. Nemmeno il giorno prima di quel 9 novembre 1989. Chris Gueffroy, l’ultima vittima del Muro di Berlino, non poteva saperlo:

gli sarebbe bastato aspettare ancora pochi mesi e lui sarebbe ancora vivo e libero. E invece muore ammazzato il 6 febbraio 1989 nel tentativo di raggiungere l’altra parte della città. Solo nove mesi dopo, il 9 novembre di quell'anno, Günther Schabowski, leader del partito comunista di Berlino est, annuncia con parole ambigue la caduta del Muro.

Sono le sette di sera, poco dopo scoppia una festa spontanea alla porta di Brandeburgo e nella Kurfürstendamm di Berlino ovest. Il Muro viene fatto a pezzi, vengono meno settemila chilometri di muro e filo spinato che avevano diviso paesaggi geografici e umani, città, strade e famiglie.

E comincia un'altra storia. Una storia in cui non sarebbero più esistiti berlinesi dell’est o dell’ovest, ma tutti sarebbero tornati ad essere Berlinesi.

A distanza di vent’anni si ritrova in piazza una Berlino ancora in cerca della propria identità. Forse è proprio questo il prezzo più grande pagato dalle nuove generazioni che oggi si ritrovano a risanare una ferita ancora aperta resistendo agli episodi di razzismo e al ritorno nostalgico di fermenti comunisti e neonazisti che tentano di minare il lungo processo di riunificazione e riconciliazione tra le due Germanie.


Lunedì 9 Novembre 2009 – Gerusalemme

L’effetto era inaspettato per le autorità Israeliane ma prevedibile per tutti. Il muro con cui Israele, dal 2002, ha annesso unilateralmente di una parte considerevole della Cisgiordania e rafforzato gli sbarramenti militari attorno alle città palestinesi con l’intento di difendersi dagli attacchi dei kamikaze ha imprigionato non solo i palestinesi, costretti a vivere in una sorta di regime di apartheid, ma isolato anche gli israeliani. La parrocchia di san Giacomo, l'unica chiesa cattolica nel quartiere, è nella parte israeliana, ma la maggior parte dei parrocchiani all’epoca della costruzione del muro è rimasta nella zona palestinese.

Di solito per andare a messa si facevano 100 metri a piedi. Ma con il Muro si è costretti ad un giro di quattro chilometri. Una situazione diventata difficile ed esasperante per chi, da un giorno all’altro si è ritrovato tagliato fuori da Gerusalemme. Le autorità Israeliane ad oggi lamentano la mancanza di un interlocutore con cui intraprendere un vero percorso verso la pace. Ma sarà mai possibile trovarne uno se si resta trincerati dietro un muro alto più di otto metri?


Lunedì 9 Novembre 2009 – Regione autonoma cinese del Guangxi Zhuang


Takayuki Noguchi, un giapponese membro del gruppo "Fondi-vita a favore dei rifugiati nord-coreani", una Ong che da tempo opera in Cina e in Giappone, sconta la pena di otto mesi di carcere (oltre alla multa di 20mila yuan) per aver cercato di aiutare due profughi nordcoreani a passare il confine. Lasciare la Corea del Nord senza un permesso ufficiale è considerato alto tradimento, un reato che viene punito con la pena capitale. Per gli altri, i "graziati", c'è il carcere dove si pratica ogni genere di tortura. Oppure il lager.

Ma più dei chilometri di muraglia che oggi separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud, preoccupa il “muro” della minaccia atomica dietro cui il regime di Pyongyang si è arroccato violando il Trattato di non proliferazione nucleare e ottenendo una serie di sanzioni che stanno stremando la popolazione che, ormai esasperata, cerca una via di fuga nella richiesta di asilo politico presso le ambasciate straniere, rigorosamente circondate da cancellate o muri di cinta.


Lunedì 9 Novembre 2009 – Tijuana


Anche oggi almeno un gruppo di donne e uomini tenterà di attraversare il confine che separa il Messico dagli Stati Uniti rischiando di morire disidratati, congelati o affogati. Tutto questo da quando l’America del Melting Pot ha trovato in un muro la soluzione al “problema” dell’immigrazione di troppi messicani o centro-sud americani. Un muro doppio, elettrificato e illuminato, dotato di telecamere e sensori a raggi infrarossi per individuare la presenza umana attraverso il calore emesso dai corpi.

Secondo stime ufficiose, il numero di vittime messicane lungo il confine si aggira oggi intorno alle 500 all'anno. Ufficiale la cifra riferita ai sette anni del periodo 1998-2004: 1.954 morti. Per quanto può valere il paragone, è una cifra che va confrontata con il numero totale di persone cadute nel tentativo di passare in Germania Ovest dalla Germania Est attraverso il muro di Berlino: 588 morti, più di vent'anni. Quel muro con la prospettiva di crepare di fame, o di sete, o di caldo, o di freddo, o annegato nel Rio Grande, o ucciso in uno scontro a fuoco con la guardie di confine, non ferma che una piccola porzione dei messicani intenzionati a passare.

 

Mi fermo qui, non parlo degli effetti positivi che i flussi migratori hanno apportato alle economie dei paesi occidentali sviluppati. Concludo con un proverbio africano a me molto caro che auguro possa essere l’antidoto contro le paure che inducono governi e persone comuni ad alzare muri attorno a sè . “Chi non ha recinto attorno ai propri campi non ha nemici”.

Ultimo aggiornamento Sabato 30 Gennaio 2010 17:34
 

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