Se ne parla sempre più: per alcuni è un fenomeno che diventa sempre più un dramma sociale quasi tutto italiano, per altri è il minimo che si possa avere, mentre per molti è una condizione di vita. Di cosa si parla? di flessibilità? di nuovi lavori? di precarietà? Nell’indicare la luna c’è chi si ferma a guardare il dito però, se si provasse a guardar in lontananza, non sarebbe la parola a preoccupare ma la sostanza: per la stragrande maggioranza delle persone affacciatesi negli ultimi dieci anni nel mondo del lavoro e per quelli che lo fanno oggi, l’assunzione attraverso contratti di lavoro non stabili e non standard sembra essere una condizione piuttosto che un passaggio.
Ossia terminati gli studi, universitari e non, per i ragazzi e le ragazze fino ai trentenni il proprio lavoro difficilmente presenta le caratteristiche della stabilità: un contratto duraturo nel tempo con gli stessi diritti, la stessa retribuzione e le stesse garanzie di chi ti lavora accanto ma fortunatamente da “tempo prima”.
Il processo di flessibilizzazione del rapporto di lavoro nasce da lontano, nel momento in cui le imprese hanno iniziato a chiedere ai vari legislatori norme che da un lato incentivassero l’assunzione di soggetti deboli, dall’altro andassero incontro alle richieste di minor costo del lavoro, per competere meglio così nei mercati nazionali e internazionali.
Così sono nati i contratti di formazione lavoro, oggi applicabili solo nella PPAA, sostituiti oggi dai contratti di reinserimento, i contratti di apprendistato, tipologia oggi disciplinata dettagliatamente, i contratti a tempo determinato, quelli a tempo parziale (part-time), i lavoratori interinali oggi somministrati (come le penicilline!!) a tempo indeterminato o a tempo determinato (staff leasing), gli associati in partecipazione, il lavoro ripartito (job sharing), i lavoratori a chiamata (job on call), i collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.) oggi sostituiti, per il settore privato dai lavoratori a progetto, ecc.
Mentre ci si divide tra chi, da una parte, parla di shopping contrattuale e mercificazione e chi, dall’altra, parla di norme che finalmente permettono l’occupazione e l’accesso al mercato del lavoro da parte dei soggetti svantaggiati (giovani e donne in primis), è innegabile che a lungo andare questo trattamento di sfavore, perché un contratto flessibile è sicuramente sfavorevole o dal punto di vista della retribuzione(si parla in media tra i 300 agli 800-1000 euro al mese), o dal punto di vista delle garanzia (alta licenziabilità o comunque scadenza del rapporto predeterminata), o dal punto di vista dei diritti (i contributi da versare sono minori, il che significa che sono minori le prospettive previdenziali future, per non parlare di diritti di maternità, congedi parentali, malattia, straordinari o delle ferie..), oppure da tutti i punti di vista, risulta essere poco sostenibile nella società. E’ vero che i giovani mettono sempre più difficilmente e raramente su famiglia e casa?E’ vero che si consuma sempre più difficilmente?E’ vero che ci si indebita di più per consumare? E’ vero che la percezione che il lavoro sia precario spaventa i giovani e scoraggia la ricerca del lavoro e la chiusura in tempi utili degli studi, tanto con la pensione di mamma e papà posso “tirare avanti”? E’ vero che negli ultimi anni il lavoro nero è aumentato, soprattutto nel nostro Sud? E’ vero che i giovani difficilmente sono soddisfatti dal loro lavoro nei primi anni? (ma quanti sono primi?quanto dura “la gavetta della flessibilità”? due anni? cinque? È permanente?) Bene, perché non possono partire da qui le politiche per la famiglia?











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