Forse quella a cui abbiamo assistito un mese fa, da spettatori allibiti e, diciamolo, un po’ distaccati è stata la più terribile delle manifestazioni della potenza della natura a cui il genere umano sia stato sottoposto. Mentre scrivo, apprendo che il maremoto che ha sconquassato le coste del sud-est asiatico ha mietuto quasi 170.000 vittime, cifra pazzesca e sicuramente destinata ancora a crescere essendo tuttora migliaia i dispersi fra Tailandia, Sri Lanka, Indonesia, India, ecc. fra cui tanti, tantissimi occidentali.
Al di là delle considerazioni di tipo geologico, economico e umanitario, cui i mezzi di informazione hanno ovviamente dedicato i loro puntuali e stoici sforzi, cerco il modo, dal breve spazio di questa colonna, di proporre alcuni “tagli” di riflessione che in questi giorni si sono via via accavallati nella mia mente.
Dicevamo appunto della potenza della natura il cui vigore ha raggiunto un’inaspettata “magnitudo”: una forza devastante che ha di colpo cancellato una generazione, ma anche i risultati del turismo di massa che aveva scoperto in Pukhet e Phi Phi Island le nuove El Dorado. Turismo di massa, spesso poco “etico”: erano tutti lì ad abbronzarsi e a visitare i templi buddisti quelle migliaia di europei fra cui anche alcuni nostri concittadini? Un ragazzo italiano che in quei posti aveva investito i suoi risparmi ed avviato alcune attività commerciali sostiene un mio pensiero: “E’ stato come se il mare si fosse voluto riprendere quanto gli era stato sottratto…”.
La potenza della natura: inesorabile e contrapposta a quella dei cosiddetti “potenti” della terra, che in queste circostanze si riscoprono invece spettatori allibiti, proprio come noi. La sensazione, sempre più ostinata, è quella di essere rimasti davanti alle fauci spalancate e di aver udito un vero e proprio ruggito della natura che vuole far riflettere tutti, “potenti” e “impotenti”, che ha fermato la macchina inerte della nostra civiltà presunta per metterci nelle condizioni di ripartire meglio… magari proprio da quell’oriente da molto tempo terra di sfruttamento e di economia “dopata”, di stati le cui burocrazie sono incapaci di distribuire gli aiuti provenienti da occidente ma capacissime nel prestare il fianco alle multinazionali.
La speranza è che tutto non si esaurisca con la solita, spasmodica gara di solidarietà, anche se senza precedenti come l’attuale, ma che si crei una vera coscienza in ciascuno di noi, prendendo al volo le occasioni che ci si presentano per migliorare la qualità della nostra breve esperienza terrena, per cambiare rotta, per ricrederci, per capire – una buona volta – che c’è qualcosa che non va, e soprattutto che non siamo padroni delle nostre vite e del nostro destino. Possiamo solo puntare sulla “bellezza” delle nostre esistenze e dedicarci univocamente al rispetto di quello che ci circonda. Difficile? Almeno proviamoci… così a Tsunami (non alla bambina nata a Bombay ma a questa orribile tragedia) forse un giorno potremmo anche esser grati.
“Dio dov’era?”. Al suo posto, naturalmente…








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