Ricordo non senza fastidio, durante le interminabili partite a Risiko con i miei amici, le “secessioni” improvvise che ti imponevano paesi sconosciuti tipo il Siam e l’Ossezia le quali, oltre che a vanificare spesso strategie di ore, ti costringevano ad un laborioso scandaglio del planisfero solo per coglierne l’ubicazione geografica.

Già, l’Ossezia… Pare che a distanza di anni questa mania non gli sia passata affatto! Nel Risiko in cui molti quotidiani si sono improvvisamente cimentati in seguito all’autodeterminazione della Repubblica del Kosovo, questo Nome
ritorna d’attualità.
Lo ritrovo imperterrito in quel nugolo di paesi e paesotti che, in un modo o nell’altro, continuano a rivendicare la propria autonomia, ad urlare le proprie voglie secessioniste, alla continua ricerca di quel blasone che la storia gli ha sottratto.
E mi rendo conto di quanto in effetti sia diffuso questo fenomeno: Sud-Tirolo, Corsica, Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre, Alsazia, Abkhazia, Ossezia meridionale appunto, poi ancora Scozia, Galles, Transilvania, senza dimenticare il Kurdistan e le tante altre nazioni fantasma di questa tribolatissima Terra. Soprusi, spartizioni, ragioni economiche, guerre vinte e guerre perse, invasioni, cessioni, scontri etnici, persecuzioni… insomma c’è veramente di tutto nella storia di ciascuno di questi paesi che, dopo tanto tempo, spesso secoli e secoli, hanno ancora voglia di raccontarsi, di riemergere da un passato che li aveva dimenticati.
Oggi i movimenti indipendentisti vivono una nuova primavera per merito di questo clamoroso “assist” concesso all’autorità di Pristina. Da una parte l’orgoglio “shqiptare” (albanese) dei kossovari, dall’altra un orso ferito, la Serbia, che si ritrova come alleato ormai solo quel Vladimir Putin che da un lato rivendica la sua paternità su Belgrado, dall’altra lotta contro un pericoloso precedente che potrebbe far riesplodere sacche assopite di ribellione di cui tutta l’enclave russa è piena (su tutti la Cecenia).
Il proliferare di questi fenomeni separatisti sembrerebbe davvero paradossale in un tempo in cui in Europa si batte una moneta unica. Viene infatti da chiedersi solo perché: perché una Sicilia (apprendo in questi giorni la formazione di una nuova lista autonomista, la seconda dopo quella di Lombardo) dovrebbe uscire dai confini italiani piuttosto che sforzarsi di entrare in Comunità Europea? Perché catalani e “padani” si sentono talmente superiori ad andalusi e calabresi? Perché il Quebec dovrebbe separarsi dall’Ontario? Perché la Scozia dovrebbe ripudiare la regina Elisabetta? Perché il Tirolo dovrebbe annettere Bolzano mentre l’Italia dovrebbe lasciare ancora la Dalmazia alla Croazia? Perché Cipro deve continuare a chiamarsi ancora per una metà Kipros e per l’altra Kibris?
E’ anche vero però che in nord-Irlanda l’IRA sono anni che ha smesso di sparare… che in Spagna l’ETA ha dovuto ingoiare il sorso amaro di vedere “Harri Batasuna” ridicolizzato da Zapatero…
L’irredentismo è morto! …e la risposta al 99% degli interrogativi che prima ho evidenziato, si traduce ahimé con una sola parola compresa ad ogni latitudine: money! Eh già, tutto per soldi… tutto per accaparrarsi i finanziamenti che altrimenti andrebbero spartiti con altri confratelli… Meglio correre da soli che mal’accompagnati!
Altro che orgoglio etnico, altro che affermazione della propria identità e tradizione. Diciamocelo oggi l’autonomia è un business al quale è difficile rinunciare…










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