E’ un periodo davvero confuso e convulso per quella che molti amano definire la “società civile”. Tanti gli argomenti cosiddetti “etici” sul tavolo di discussione ed ecco che fioccano “pensieri, parole, opere e stupidaggini”… al punto da sentirmi, in un certo qual modo, un soldato in trincea. Tante sono, devo ammettere, anche le riflessioni degne di nota, che aiutano talvolta un cattolico praticante come me a crescere nella propria fede.
Questa nuova fase dell’eterno scontro tra dogma e coscienza, tra fede e ragione, tra morale e libertarismo, ebbe inizio con i famosi referendum di due anni fa in cui la Chiesa scatenò la sua crociata contro gli abusi su staminali ed embrioni e ancora oggi è aspro il dibattito (anche se, in realtà, si dibatte poco e si sentenzia molto) fra la CEI, caratterizzata dalla “kardinalpolitik” del pensionando Monsignor Ruini (di cui abbiamo già avuto modo di parlare in un altro numero) e le frange più laiciste della moderna classe politica che si identifica (ormai) solo in un presunto “zapaterismo” d’importazione. Ognuno dice la sua… senza se e senza ma… e l’impressione è quella di vivere in una fase di stallo ideologico che, probabilmente, potrebbe risolversi solo con qualcosa di veramente straordinario.
Una cosa è certa: eutanasia, omosessualità, pedofilia, fecondazione assistita, aborto, divorzio, Pacs (o Dico), ecc… sono ormai temi su cui bisogna riflettere e che si pongono al centro di una società in cui la Chiesa – per usare una definizione tanto cruda quanto reale di un noto editorialista – da “tutto è diventata parte”. Una Chiesa che è drammaticamente in difficoltà su questi argomenti semplicemente perché la gente, in generale, ha smesso di recepire in modo passivo tutti i “non possumus” del Vaticano che, si trasformano spesso in un vero e proprio boomerang mediatico e perché è chiara, non di rado, la poca preparazione dei nostri prelati a riguardo.
Avverto forte la necessità di una nuova fase di dialogo che riavvicini le parti, ma non me la sento (perché non lo credo e basta) che la Chiesa sbagli nell’affermare i propri principi e le proprie teorie moraliste. Di certo, credo che un grosso errore sia stato commesso nelle passate settimane da un noto settimanale che spiattellando in prima pagina un “Ma io ti assolvo” voleva mettere a nudo proprio le contraddizioni, a livello comportamentale, dei nostri prelati in fase di confessione. Il tutto si articola in modo molto subdolo: alcuni giornalisti si fingono persone normali in cerca di “riconciliazione” e girano per l’Italia. A fine “inchiesta” vengono poi pubblicate le varie reazioni dei sacerdoti che spesso li assolvono anche dopo aver ascoltato peccati sui quali la Chiesa si pone in assoluto e chiaro contrasto.
Io invece non me la sento di assolvere voi, cari giornalisti, perché non mi piace in assoluto questo modo di agire: fingere mentre si riceve un sacramento, riferire in piazza quanto detto in un confessionale, mettere in difficoltà un sacerdote (perché se è vero che non ne è stato riferito il Nome
, pubblicarne la parrocchia di appartenenza è come trascriverne il codice fiscale…) è mera scorrettezza e mancanza di rispetto nei confronti prima dei diretti interessati e poi di tutti quelli che si accostano ad un confessionale bisognosi di un vero confronto, di comprensione e di riconciliarsi con Dio e riempirsi della sua Misericordia. E’ stata una brutta gaffe, diciamolo. Una caduta di stile poi rettificata in altre sedi che mette ancor più in luce le difficoltà che emergono nel trattare temi così complessi anche da parte del mondo laico.
E’ vero: lo Stato deve tutelare i diritti di tutti, credenti e non credenti, ed è dunque possibile che talvolta alcuni provvedimenti parlamentari si pongano in distonia con i nostri precetti. Stato e Chiesa devono continuare a parlarsi ed a confrontarsi, perché solo dal dialogo, non mi stancherò mai di ripeterlo, nascono i “buoni frutti”. E non sia mai che un elettore, di sinistra o di destra che sia, debba chiedersi se può o meno credere in Dio…









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