“I've got no time for talkin'
I've got to keep on walkin'
New Orleans is my home
That's the reason why I'm goin'
Yes, I'm walkin' to New Orleans.”
E’ il refrain di un famoso blues anni ’60 del leggendario Fats Domino. Le stesse parole sembrano ancora aleggiare nell’aria umida e calda di Canal Street, ma quello che ci sembra di ascoltare oggi è un blues di morte, tetra colonna sonora di un paesaggio apocalittico.
New Orleans, Stati Uniti d’America. Ancora settembre, ancora morte e dolore ad ovest dell’Atlantico. Quattro anni fa l’America piangeva le vittime del World Trade Center di Manhattan, il centro del capitalismo occidentale tanto odiato dall’uomo col turbante ed il kalashnikov. Oggi l’America nera della Louisiana osserva sconfitta la devastazione di Katrina, l’ennesimo uragano che si abbatte con inaudita violenza sul Golfo del Messico e che questa volta lascia dietro di sé migliaia di morti ed una nazione che si riscopre fragile ed indifesa; tremendamente vulnerabile ed esposta agli attacchi dell’uomo e della natura. La superpotenza che, come i timidi e gli insicuri, attacca per non doversi difendere, ma che oggi grida al mondo il suo SOS. Un’America disperata, come politicamente disperato è il suo presidente. E gli aiuti non tardano ad arrivare: non trovo significativo parlare di quelli scontati di UE e Nato ma trovo invece segni di vera fratellanza in quelli provenienti dai paesi funestati dallo tsunami pochi mesi fa (addirittura commoventi i 25.000 dollari offerti dallo Sri Lanka), piuttosto che nell’offerta di medicinali e medici (1600!) di Fidel Castro o di petrolio a basso costo e derrate alimentari del Venuezela di Chavéz.
Katrina ha messo in ginocchio l’America più povera, quella degli emarginati, quella dei neri dallo sguardo triste. Quelli che una volta, nei campi, si rifugiavano negli spirituals e che oggi nella depressione (in senso morfologico) del Quartiere Francese trovavano nel blues e nel jazz la forza di sopravvivere. Si, sopravvivere… molti al disotto della soglia di povertà, in un contesto molto diverso da quello dei rappers di New York e di Chicago e dei ‘cestisti’ di Miami e Los Angeles. Un America dimenticata, non solo da Bush, ma da tutta una nazione che, negli ultimi cinquant’anni, aveva sempre altre priorità. Proteggere New Orleans aveva dei costi troppo elevati, fare la guerra sempre e contro chiunque no! Un’America dimenticata anche quando la tragedia si è ormai consumata. Gente ‘tradita’ dalla macchina dei soccorsi che aveva impiegato quasi meno tempo ad arrivare a Pukhet che non a Biloxi. Nel frattempo ci si lascia andare allo sciacallaggio e si viene subito accusati, perché neri, perché tristi. Ma la ‘decivilizzazione’ colpisce immancabilmente chiunque viva una tragedia di queste dimensioni. Oggi la gente non vuole lasciare New Orleans, nemmeno dopo la visita di Katrina e nemmeno sotto la minaccia delle armi, perché…
“New Orleans is my home.
That's the reason why I'm goin'.
Yes, I'm walkin' to New Orleans…”





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