Molti film o libri hanno trattato la triste realtà dell'olocausto, ma l’umanità continua ad avere bisogno di riconciliarsi con il passato, un passato che chiunque abbia un barlume di coscienza vorrebbe non ci fosse mai stato: quello dei campi di sterminio. Quando pensiamo alle deportazioni, ai poveri reclusi, rivediamo un'enorme massa omogenea di carne umana, compressa dentro i vagoni dei treni, oppure al lavoro all'interno dei campi, stipati nelle sudice camerate mentre aspettano la morte. Ci è difficile pensare al singolo essere umano che respira, soffre, piange. Il film Il bambino col pigiama a righe ha il merito di penetrare questo enorme ammasso, consentendo allo spettatore di abbandonarsi dentro gli occhi dei due bambini: Bruno, il figlio di un comandante delle SS che vive accanto ad auscit, come ingenuamente lui chiama Auschwitz, e Shmuel il bambino ebreo, confinato oltre il filo spinato, recinto del vero inferno.
Il piccolo Bruno si sforza di capire ciò che gli sta intorno, ma nei discorsi e nei comportamenti del padre non riesce a distinguere la verità dalla menzogna, e nonostante sia indottrinato da un maestro nazista che gli impone lo studio di libri di quell'atroce attualità, il piccolo si rifugia nella fantasia, facendo diventare il lager una fattoria e gli ebrei dei contadini dal pigiama a righe, ai suoi occhi diversi per una questione di vestiti, che invece servivano a bollare, suddividere, catalogare le persone, privandole della loro particolarità.
Un recinto fatto di filo spinato divide le due giovani vite, due piccoli cuori che ad un certo punto si incontrano, ma senza poter giocare, o stringersi le mani, divisi da qualcosa di inutile, sottile e crudele come quella rete metallica, che però non può impedire il dialogo, dal quale scaturirà un’amicizia simbolo dell’uguaglianza tra gli uomini, che si rende meno visibile con il passare degli anni e la crescita dei pregiudizi religiosi o razziali, che spingono l’uomo a disprezzare il diverso e perfino ad uccidere. Il racconto è una favola che insegna a dare valore alle cose, alle piccole cose, ai bambini in quanto tali. Insegna che esiste ancora l’innocenza, l’amicizia e che ci sono ancora quei bambini che hanno solo voglia di giocare, sognare, che vivono di favole e che non capiscono i grandi.
Forse, soprattutto oggi, i grandi dovrebbero prendere esempio dai bambini e non nascondere il “fanciullino”, come diceva Pascoli, dentro di sé, ma a farlo proprio, per guardare il mondo con gli occhi di un bambino ed evitare simili orrori.










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