L’uomo corre. Verso la felicità. Almeno così crede. La corsa è frenetica, ansimante, errante, deve correre. Verso quale meta? Chi lo sa. A volte dice di correre verso il successo, altre volte verso il lavoro, altre ancora pur non percependo il motivo è costretto a farlo. Spesso, però, questa grande maratona senza podio, che sembra scaricare adrenalina e stress nella nostra storia, può improvvisamente arrestarsi, come in un pauroso black out.
Uno stop improvviso, inaspettato e mai preventivato. L’esperienza di questo black out è capitata a Jean Dominique Bauby scrittore e giornalista francese brillante, padre di due bambini, che improvvisamente si sveglia completamente immobile su di un letto di ospedale privo delle proprie funzioni motorie e comunicative. Jean Dominique è costretto ad una brusca frenata nella sua scatenata vita di successo a causa di un ictus celebrale. Il suo corpo diviene una vera prigione. Una vera condanna, un ergastolo su una sedia a rotelle, senza alcuna speranza nemmeno della libertà vigilata.
È costretto a rivolgersi a due avvocati: il suo occhio sinistro e la sua fantasia. Il suo corpo ormai non serve più, la sua carriera è volata via, le sue certezze sono crollate, il suo correre è puro ricordo. Allora l’unica via di libertà e di comunicazione è solo il suo occhio, unica finestra che lo lega al mondo, con il quale sbattendo una volta le palpebre dice sì, due volte dice no. È costretto a comunicare con un nuovo sistema di alfabeto. Sempre con un battito di ciglia, ferma l’interlocutore su una lettera dell’alfabeto che gli viene recitato secondo un ordine di frequenza della lingua francese. Con questa tecnica Jean Dominique comunica per scrivere un libro nel quale descriverà il peso del suo nuovo corpo. Nell’agosto del 1996, qualche giorno prima della sua morte fisica, termina la sua opera che intitolerà “Lo scafandro e la farfalla”.
Lo scafandro che è l’emblema di un corpo-prigione che lo immobilizza e lo stacca dalla routine della vita precedente. Lo stesso che lo aveva condotto al successo e a ad una vita libera ma superficiale. La farfalla, invece, è la sua mente, la sua anima, l’unica pista di decollo verso la rotta della vera libertà. Jean Dominique vive una guerra interione, quella di aver compreso il senso della vita quando, ormai troppo tardi, aveva smesso di correre verso il nulla.
Nel 2007 il regista Julian Schnabel traspone su pellicola l’omonimo libro raccontando la storia vista dall’occhio e dalla mente di Jean Dominique stesso. Egli non corre più, si ferma, e finalmente, nel paradosso della sua condizione di vegetale, assapora il senso delle proprie giornate, l’amore verso il tempo presente e, in particolare, la bellezza del vento che lo sfiora.
A noi giovani, nel tempo dove tutto ci sembra dovuto e ci appare lecito, queste realtà dovrebbero farci riflettere. Domandiamoci dove corriamo, verso quale meta ci proiettiamo e che senso ha la nostra storia. Non lasciamoci trascinare dalle giornate. Non ci iniettiamo passivamente il siero dell’abitudine. Liberiamoci dalla convinzione dell’ immortalità giovanile e dal pensiero costante del “ora voglio godermi la vita”. No. Riflettiamo! Solo un po’. Tutto può cambiare fra un minuto, fra un’ ora, stanotte, domani, perché? Perché il giorno che stiamo vivendo, l’amore che la vita ci dona, come poter studiare liberamente, andare in discoteca, poter passeggiare, poter bere una birra tra amici sono piccoli doni quotidiani.
Meditiamo se ha senso fermarsi un po’, per ritrovare la direzione del nostro cammino. Riflettiamo sui contenuti veri, quelli dell’amore cristiano, della famiglia, della concordia, della speranza, della semplicità, gli stessi valori che lo scrittore aveva apprezzato solo dopo il suo cambiamento. Scardiniamo dalla realtà del nostro essere giovani il mito del “tanto c’è tempo”. Vivere è una grazia. Viviamo ogni giorno con questa consapevolezza perché al termine di ogni nostra giornata possiamo pronunciare anche noi serenamente le parole del poeta Pablo Neruda: “confesso che ho vissuto”.








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Commenti
Secondo me, quindi, non occorre fermarsi più di tanto perchè bisogna sempre colgiere l\'attimo (come diceva l\'amico Orazio)per diventare uno SPECIAL ONE (come dico io)..
Fermiamoci a riscoprire i vari valori. Tu citi tra questi \"l’amore cristiano, la famiglia, la concordia, la speranza,la semplicità, gli stessi valori che lo scrittore aveva apprezzato solo dopo il suo cambiamento\"
Come se questo valori siano universalmente riconosciuti. Come se questi valori ci potessero realmente salvare. Molta gente si ferma e si accorge che l\'unica soluzione e\' correre e non farmarsi
Una falla nel perfetto ingranaggio del nostro corpo e il flusso della “normalità” si interrompe.
Io non ho avuto il coraggio di guardare quel film fino in fondo. Ho sentito una fitta allo stomaco e mi è venuto meno il respiro. Avete visto come girovagavo tra il proiettore e il giardino perché non riuscivo a restare seduta. Mi è sembrato all’improvviso di essere in quello scafandro e di “guardare la vita dall’occhio sinistro”, incapace di comunicare e di governare la mia vita e i miei bisogni primari. È stato insopportabile. Sono tanto abituata a gestire il mio corpo (questo pesante involucro) che non potrei immaginare di perderne la sensibilità o di aver bisogno che altri possano prendersene cura. Tanto sono lontana dalla concezione cristiana della vita che non ho saputo resistere neanche di fronte a un film! Tutto cambierebbe se mi rivolgessi davvero ai “contenuti veri”…
Allora cosa dovrei fare? Sperare di liberarmi il prima possibile dallo scafandro che imprigiona la fantasia, l’anima o imparare ad amare anche questa stessa prigione (greve confezione che avvolge la farfalla o tempio dello Spirito?)?
L’uomo non guarirà mai.
È inutile illudersi che prima o poi si svegli e decida consapevolmente di porre fine ad un’esistenza in cui invece di vivere si sopravvive o piuttosto si adotta la logica dell’ «ora voglio godermi la vita» accantonando i “veri valori”. Questo non accadrà mai.
L’uomo continuerà a sbagliare. Io continuerò a sbagliare.
E Dio continuerà ad esercitare su di me la Sua misericordia, che è tutto ciò che può salvarmi dalla miseria in cui siamo immersi.
Nonostante questa triste penuria di buoni sentimenti, Dio ama smisuratamente l’uomo. Incredibile ma vero.
Nonostante la mia corsa frenetica nel vuoto e nell’aridità di giornate non vissute, sono felice di esistere per quei pochi attimi in cui mi sono fermata davvero e ho potuto avvertire – anche solo per un secondo – il respiro del vento. Esigui ma sublimi istanti in cui la crisalide ha cominciato a schiudersi e ho sentito con commozione di far parte anch’io del disegno di Dio.
Grazie Antonello per aver condiviso i tuoi pensieri che mi hanno fatto riflettere. Probabilmente domani riprenderò a fare tutto quello che facevo fino a qualche minuto fa. Mi preoccuperò delle banalità… Il «siero dell’abitudine» ormai è stato iniettato nelle mie vene!
Però non potrò dimenticare quello che ho provato e la mia anima combatterà per venire fuori. E anche solo per questo vale la pena vivere.
Perché la farfalla, seppure trattenuta dallo scafandro, possa essere sempre tesa verso l’Infinito, Dio.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare. (Pablo Neruda)
parto da qui. Cara rosangela, tu hai liberato la farfalla nel commento. ti vorrei fare soffermare su una tua frase: "-)omani riprenderò a fare tutto quello che
facevo fino a qualche minuto fa." Bene è così ne sono certo. Ma c\'è una variante: l\'essere cresciuti nel tempo e, si spera, nell\'anima. ti ringrazio per la riflessione fatta... ho rifettuto molto... ti invito a non mollare, senza retorica o convenzioni del caso. Pensa al mare e impara dal suo eterno e mai stanco movimento...
Il problema non è lo scafandro, ma il desiderio di libertà che urla la farfalla che è in me!
Ho voglia di godermi questa libertà, ho voglia di scegliere e di assaporare, senza l\'ansia di essere in ritardo, la vita che mi è stata donata :whistle:
ANDARE DIETRO A CHI?
Signore, sono sempre in cerca di una strada che conduca alla felicità della vita.
Tu me le indichi con chiarezza: è una strada che può essere percorsa solo a piedi, senza bisaccia nè bastoni, con abiti senza tasche.
Essa è lì, davanti a me, ma io, Signore, ho paura a metterci il piede perchè non ho il coraggio di lasciare ciò che possiedo giacchè mi sento posseduto dalle mie cose.
Vivo il dramma quotidiano dell\'uomo che oscilla tra il desiderio delle stelle e l\'amore al fango della terra.
Eppure Signoge non ho altra scelta!
Se continuo a rimanere nella corrente comune dell\'avere resterò annegato e anzichè diventare come un\'angelica farfalla resteò ignobilmente come un bruco che si nutre solo di terra.
Donamelo tu, Signore, il coraggio liberandomi dalla fame del possedere, poichè se il cuore resterà appesantito dalle monete non potrà mai volare per gioire della vastità e della limpidezza del tuo cielo.
Amen.
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