Il 21 marzo di ogni anno, primo giorno di primavera, nella Giornata della memoria e dell’impegno, Libera ricorda tutte le vittime della mafia. Se volessimo fare un bilancio, le cifre sarebbero a dir poco sconvolgenti: negli ultimi 10 anni, infatti, gli innocenti uccisi sono stati circa 2.500, di cui 37 bambini e adolescenti, colpevoli solo di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.
È innegabile che la lotta alla mafia abbia conosciuto negli anni importanti vittorie e traguardi, tuttavia siamo ancora ben lontani dal poter ritenere le mafie un fenomeno morto e sepolto. Il plurale mafie non è affatto casuale. Oggi più che mai la mafia sta assumendo, infatti, sembianze nuove e molteplici, che non ci permettono più di identificarla, esclusivamente, con il volto classico delle attività criminali illegali finora portate avanti, quali il traffico d’armi e di stupefacenti, la prostituzione, il racket delle estorsioni e così via.
La mafia, in virtù anche dei cambiamenti avvenuti a livello mondiale nei diversi settori, economico, politico, sociale e culturale, è riuscita a fare propria una fisionomia, per così dire, legale che le permette di mascherarsi e di agire indisturbata nel cuore delle varie realtà locali del nostro paese. In ogni caso, ovunque esse agiscano e con qualunque volto si presentino, le mafie riescono a sopravvivere grazie soprattutto a quel deserto di omertà, silenzio e indifferenza che le circonda. È vero, non sono mancate fortunatamente negli anni, in questo deserto, le grida di sdegno e di ribellione di coloro che per amore della verità e della giustizia hanno sacrificato pure la vita, come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e don Peppino Diana. Penso in questo momento anche a un uomo che per aver messo nero su bianco, in un libro, tutta la verità sulla camorra è costretto a vivere da circa due anni sotto scorta per il costante pericolo di morte: Roberto Saviano.
Alcuni definiscono questi uomini degli eroi. Io preferisco pensare a loro solo come uomini che hanno vissuto, fino in fondo, l’amore per i propri ideali e hanno avuto il coraggio della verità, a qualunque costo. Sarei ipocrita però se dicessi che, nelle loro vite e nelle loro azioni, non vi sia qualcosa di straordinario. Straordinario perché queste persone oneste, come mi piace definirle, sono state lasciate sole, hanno combattuto non solo contro la mafia, ma anche contro l’ostilità, l’ignoranza e la vigliaccheria di tutta quella gente, presunta onesta, che avrebbe dovuto urlare con loro nel deserto. Giovanni Falcone ha più volte esortato a trasformare la lotta alla mafia in una battaglia di civiltà, in cui tutti noi, seppur nel nostro piccolo, dovremmo sentirci chiamati in causa. La cosa più triste è, infatti, l’abitudine: abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o scappare.
Sono convinta che la verità e la giustizia non abbiano bisogno di eroi, ma solo di persone realmente oneste che sappiano unirsi e costruire insieme una rete forte e solida con cui opporsi e soffocare i tentativi di sopraffazione e di violenza dei criminali mafiosi. Certo, non è facile. Bisognerebbe avere il coraggio di scendere in piazza, stringere le proprie mani e lottare uniti, anche a costo di qualche sacrificio, perché in fondo mi chiedo e vi chiedo, con le parole di don Lorenzo Milani: “A che serve aver avuto le mani pulite, se poi le abbiamo tenute in tasca?”.









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