«Circa un anno e mezzo fa fui invitata al compleanno di un mio amico. C’era una marea di gente di cui conoscevo solo un modico ma sufficiente 30%. Tra gli altri si faceva particolarmente notare un ragazzo, Carlo, non perché fosse il più avvenente, ma perché aveva quel modo di fare invadente e irritante di chi vuole mostrarsi forzatamente simpatico, essere sempre al centro dell’attenzione e, con tutti i pro e i contro, ci riusciva.
Insomma, iniziai subito a non sopportarlo, in particolare quando iniziò a scherzare, col suo atteggiamento, con le mie amiche e quindi anche con me, pur non conoscendomi. Per fortuna dopo quella sera non lo vidi più…per qualche mesetto. Qualcosa volle che, trovato un impiego notturno in un pub a Risceglie, fosse un mio “collega”, e anche tra i più amati dal titolare. Io invece, che ero davvero un Disastro – e la D maiuscola non è un errore di battitura – non tardai ad avere problemi. Come se non bastasse dovevo sopportare anche lui che si divertiva a prendermi in giro per ogni spintone involontario, ogni bicchiere caduto, ogni mossa sbagliata nel prendere le ordinazioni, nel servire i tavoli, persino nel modo di camminare.
Una notte la feci grossa: scivolando per le scale bagnate feci letteralmente volare l’intero vassoio con le ordinazioni di ben due tavoli provocando un ritardo che fece andare a rotoli le ultime ore della serata. Ovviamente il titolare si arrabbiò molto e minacciò di buttarmi fuori; era così furibondo che l’avrebbe fatto seduta stante se Carlo non si fosse intromesso col suo solito fare ficcanaso. Ma…mi stava difendendo.
L’avevo sempre considerato una persona infida, di quelle che ti guardano con aria di sufficienza e ridacchiano per ogni difetto, invece si stava compromettendo per me. Spiegò che era stato incaricato lui di asciugare le scale o per lo meno avvisarmi prima che io potessi scivolare e, anche se non era vero, al titolare passò tutto, o quasi. Apprezzai molto questo suo gesto e nei fine settimana seguenti presi a rispondere alle sue battute, che non vedevo più solo come un’irritante routine (ci avevo fatto il callo), ma come una provocazione; stavo al gioco. Non ci misi molto a capire che mi ero sbagliata totalmente sul suo conto, e che in realtà mi stavo molto affezionando a quella persona così diversa a prima vista, a quegli appuntamenti lavorativi che diventavano sempre più attesi. Ci vedevamo solo la sera al pub, ma alla fine del servizio rimanevamo fuori ore ed ore a parlare e ridere, imparammo subito che una notte può passare in fretta. Morale della storia? Stiamo insieme da quasi un anno e siamo felici. Ogni volta che ripassiamo da quel pub ricordiamo com’è cominciato tutto, notte dopo notte, e ne ridiamo ma, ic pensate se quella sera il titolare mi avesse davvero messa alla porta?»
manu
«Alla festa non si faceva notare particolarmente. Si sa, alle feste sono tutte perfette, impeccabili. È stato dopo che mi sono accorto di quanto fosse speciale, conoscendola al pub, sera dopo sera, sguardo dopo sguardo (così rispondeva, fulminandomi, ad ogni mia battuta). Quando il direttore minacciò di cacciarla realizzai la possibilità di perdere qualcuno che in silenzio era già entrato dentro di me, e ciò mi spaventò, dovevo fare qualcosa. Era evidente che se ne fosse accorta: mutò radicalmente, cominciammo ad aprirci, a capirci. Dalle tre alle cinque eravamo noi spettatori e protagonisti di notti infinite… a qualsiasi temperatura ci sedevamo sulla veranda del locale e parlavamo, scherzando stavamo entrando lentamente l’uno nella vita dell’altro. Eppure siamo così diversi, è stato incredibile, e lo è ancora…dopo dieci mesi infatti non è cambiato molto; riesce ancora a stupirmi (a fulminarmi se necessario) come quelle notti al pub».
carlo








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